A qualcuno piace fake

E quel qualcuno è in variegata e copiosa compagnia.

Nel caso specifico, non parliamo di notizie, bensì di prodotti. Abiti, accessori, orologi, gioielli, calzature, borse, furbofoni (smartphone, per intenderci), computer, alcolici, alimenti. Persino farmaci.

Rappresentano un mercato dal valore impressionante: nel 2016 ammontava, nel mondo, a 1,7 trilioni di dollari, e nei prossimi 5 anni è previsto in crescita del 70%. Numeri, dalla lunga teoria di zeri (18) difficili da concepire, spesso discrepanti fra loro a seconda delle fonti. Anche quelle istituzionali non sempre concordano.

Secondo una ricerca del Censis, realizzata per il Ministero dello Sviluppo Economico (Direzione Generale Lotta alla contraffazione-UIBM), nel 2017 gli italiani hanno speso 7,2 miliardi di euro per acquistare prodotti contraffatti: un valore in crescita del 3,4% rispetto al 2015. Tale ricerca ci dice che il mercato del falso sottrae all’erario italiano 1,7 miliardi di euro, mentre produrre e commercializzare gli stessi prodotti nei circuiti dell’economia legale consentirebbe di creare 104.000 unità di lavoro in più (circa il doppio dell’occupazione, ad esempio, dall’intera industria farmaceutica).

Dal canto suo, l’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, dopo aver analizzato i danni provocati da contraffazione e pirateria sui 13 mercati più a rischio, conclude che il mercato del falsosottrae circa 60 miliardi di euro in Europa, di cui 8,6 miliardi al mercato italiano, provocando ogni anno una perdita di 52.705 (si noti la precisione alla singola unità) posti di lavoro (contro i 434mila in Europa).

Se poi prendiamo in considerazione i dati resi pubblici ufficialmente, come quelli indicati in precedenza, nel 2018, da Indicam, l’istituto di Centromarca (l’associazione delle imprese di marca) per la lotta alla contraffazione, apprendiamo che, in Italia, il mercato del falso produce un fatturato di oltre 10 miliardi, e che in tutta Europa detto fatturato si aggira attorno agli 85 miliardi. Causando, limitatamente all’Italia, un danno all’erario di circa 5,7 miliardi di euro, con un impatto occupazionale stimato attorno a 87mila posti di lavoro persi.

Discrepanze numeriche non proprio marginali, che, vuoi per parametri non perfettamente identici, magari per riferimenti temporali non equivalenti, creano non poca confusione. Certificano, comunque, l’entità di un fenomeno in espansione (complice anche la crisi e l’effimera attrazione per un prodotto di marca che attesta lo status symbol) difficile da contrastare.

La ricerca del Censis già citata segnala che in Italia negli ultimi anni le forze dell’ordine hanno intensificato i controlli e messo a punto sistemi di intelligence sempre più sofisticati per contrastare la contraffazione. Nell’ultimo anno, l’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza hanno effettuato 13.638 sequestri, determinando il ritiro dal mercato di 31,7 milioni di articoli contraffatti, provenienti in larga parte dalla Cina. Tuttavia, tra il 2008 e il 2017 i sequestri e le merci confiscate sono diminuiti di oltre il 24% a causa delle nuove strategie di elusione dei controlli, a cominciare dal frazionamento dei carichi illeciti in partite di piccola entità portate a destinazione da corrieri, magari occasionali, a bordo di furgoni o autovetture, o al seguito di passeggeri in sbarco presso porti e aeroporti. E anche a causa del ricorso sempre più frequente alle potenti piattaforme di commercio online per movimentare i prodotti illeciti, per gestire le risorse finanziarie o per servirsi delle enormi potenzialità di penetrazione dell’e-commerce e della capacità dei siti web di scomparire e rigenerarsi in tempi brevissimi.

La filiera del falso mostra quindi una elevata capacità di mantenere e accrescere i volumi di mercato, modificando le strategie di elusione dei controlli, diversificando i canali di vendita, differenziando le tipologie delle merci offerte, ampliando la gamma della qualità dei prodotti venduti (dalla semplice paccottiglia ai capi di fattura rifinita).

Di fronte a un mercato della contraffazione che diventa sempre più capillare e camaleontico, un fenomeno che si trasforma e diventa sempre più liquido, alle attività istituzionali di repressione e di contrasto, vanno affiancate iniziative di comunicazione, di sensibilizzazione e di responsabilizzazione rivolte ai consumatori, chiamandoli ad essere attori e protagonisti in prima persona della lotta alla contraffazione.

Al momento resta il fatto che il mercato del fatto è una calamità: per tutti i danni all’economia che si porta appresso, e per la linfa che alimenta la criminalità organizzata. Al contempo è una calamita: per tutti coloro che per ragioni di portafoglio o di pura vanità, cadendo nella trappola del marchio che diventa status siymbol, impossibilitati ad acquistare l’originale, esibiscono la copia taroccata.

Va da sé, confidando che nessuno se ne accorga.

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