Algeria: il cambio generazionale

Al 18 di Boulevard Zighout Youcef, sede del parlamento ad Algeri l’atmosfera è rilassata nei corridoi. Nel ristorante di questa ex fabbrica militare francese, due deputati discutono: “Pensi che potranno fare a meno di tutta la politica?” Si preoccupa il più anziano. Si riferiscono al popolo algerino affetto dalla sindrome del ‘vai a casa’. Gli algerini vogliono liberarsi di tutti i sostenitori del vecchio regime. “Non preoccuparti“, dice il più giovane, “la loro reazione è normale. Ne hanno abbastanza dei privilegi. Il pericolo è che questa sfida mescoli Stato e potere. I regimi passano, ma le istituzioni statali rimangono“.

Questo sgombero non è il risultato del caso. Carichi d’ira, gli algerini guardavano il loro presidente in televisione indebolito e su di una sedia a rotelle. Erano furiosi di vedere i loro compatrioti inchinarsi al suo ritratto gigante. Mai prima d’ora gli algerini avevano sperimentato un culto della personalità spinto al suo culmine.

Ad Algeri la sede della posta centrale in stile neomoresco è diventata l’epicentro del quotidiano sit-in di protesta popolare. “Sono un ingegnere civile e sono disoccupato da due anni“, grida un giovane dimostrante. “Un milione di giovani laureati esce dalle università ogni anno. Il 50% della popolazione ha meno di trent’anni. L’Algeria vive in una vera e propria bomba demografica ad orologeria. Un milione e centomila neonati all’anno. E questa natalià va avanti da quasi quindici anni. Le ragioni? Negli ultimi quindici anni, la popolazione è passata da 36 a 43 milioni di persone. Il tasso di natalità era sceso sotto il 2% negli anni ’90 e oggi è al 2,6%“, spiega Hassan Haddouche, un economista, “gli algerini hanno beneficiato di 200’000 case all’anno quasi gratuitamente negli ultimi cinque anni. I sussidi massicci per il gas, l’elettricità, il petrolio e i beni di prima necessità sono i motivi che hanno invertito la tendenza della natalità. Inoltre, vi sono massicce assunzioni nel settore pubblico grazie al miglioramento del prezzo del petrolio in un paese senza debito estero“. “Nel complesso, le ragioni di questa insurrezione non sono economiche, ma la popolazione vuole ora avere voce in capitolo nelle decisioni del paese“, conclude l’economista.

Per strada la stessa richiesta viene fuori dalla bocca di tutti: “Mille miliardi di dollari. Deve ridarci i nostri soldi.” Tra il 2003 e il 2013, il paese ha ricevuto 850 miliardi di dollari grazie al continuo aumento del prezzo del petrolio. “Gli algerini ritengono che tutto questo denaro sia stato rubato da Bouteflika e dagli oligarchi del paese. Mentre la corruzione ha raggiunto livelli senza precedenti in questo paese, gran parte di questa ricchezza è stata investita nella distribuzione di alloggi e infrastrutture in un paese che era a pezzi dopo la guerra civile del 1992-97“, dice la sociologa Hachemi Ksentini. “Questi soldi sono stati spesi in nome di una fittizia pace sociale. L’alloggio non crea ricchezza a differenza della promozione di un’economia di servizi! Tutto avviene come se l’algerino fosse alla costante ricerca di rendite. Oggi spera di recuperare il denaro rubato e pensa che il Sahara, oltre al petrolio e al gas, gli fornirà ben presto oro, diamanti e uranio.”, ha concluso la sociologa.

La partenza del presidente Bouteflika annuncia una nuova era, ma i problemi economici rimangono. Gli algerini sono riusciti a farlo dimettere grazie al loro desiderio di cambiamento. Abdelaziz Bouteflika divenne presidente dell’Algeria nel 1999, dopo essere emerso quale leader carismatico durante la guerra d’indipendenza dalla Francia (1954-62). Fu ministro degli esteri dal 1963 al 1978. A 82 anni ha lasciato la presidenza sotto la pressione dei militari e delle proteste di piazza degli ultimi mesi. Nonostante un ictus

Gli algerini si sono a lungo domandati chi fosse davvero al potere fino a quando il malcontento è esploso quest’anno quando Bouteflika ha cercato di essere rieletto per il quinto mandato. Questo fatto è stato interpretato come una prova da parte del suo potente clan di mantenere il controllo e di proteggere i propri interessi. L’establishment algerino ha erroneamente pensato che fosse più efficace mantenere una figura malata anziché trovare un successore. Non appena le proteste hanno iniziato a crescere alcuni alleati di Bouteflika hanno preferito togliergli il sostegno. Il vertice dell’esercito ha cercato di farlo dichiarare inabile per il ruolo di presidente. Questo è stato l’ultima pietra sulla tomba della sua presidenza.

A questo articolo ha contribuito Henri-Maxime Khedoud, corrispondente della RTS da Algeri.

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