Aspettando il voto

Alla fine di maggio, quando conosceremo l’esito delle elezioni europee, potremo forse capire se l’Europa avrà saputo ripararsi del vento del sovranismo e se i profondi cambiamenti in atto non pregiudicheranno quella che il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha definito, in una recente intervista alla rivista francese La Revue de Politique Internationale,la logica storica che sottende all’integrazione”, a suo dire, “più forte di tutte le polemiche, di tutte le contestazioni e di tutte le deviazioni”.

Quel che è certo è che, ad oggi, i segnali sono molto contrastanti. Le elezioni che si sono succedute in alcuni dei Paesi europei in questi primi mesi del 2019 lasciano aperti sul campo diversi possibili scenari: nelle ultime settimane abbiamo assistito in Slovacchia ad una sorprendente vittoria alle elezioni presidenziali dell’europeista liberale Zuzana Caputova; in Olanda invece all’avanzata nel voto per il Senato di Thierry Baudet, leader del Forum per la democrazia e nuova star della galassia populista: anti-europea, ostile all’immigrazione e contraria alla politica di difesa del clima. È vero che l’ascesa di Baudet è avvenuta prevalentemente a scapito del partito di estrema destra xenofoba di Geert Wilders, ma è comunque sua la campagna per la “Nexit”, l’uscita dell’Olanda dall’Unione, sostenuta nel passato e accantonata ora visti gli spinosi problemi in cui si dibatte il Regno Unito.

Su questo ultimo fronte, il Consiglio europeo straordinario della prima metà di aprile ha deciso, dopo una lunga trattativa, di concedere una proroga di 6 mesi a Londra, rinviando l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue al 31 ottobre. In questo periodo, il Regno Unito potrà “ratificare l’intesa di divorzio, e in quel caso il rinvio verrebbe annullato”, ha spiegato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, parlando di “accordo per un rinvio flessibile”, oppure Londra potrebbe “revocare del tutto la decisione di lasciare l’Unione Europea”. Nonostante le previsioni, dunque, i cittadini inglesi sono chiamati ancora una volta al rinnovo dei loro rappresentanti al Parlamento europeo, anche se la premier Theresa May ha puntualizzato di avere come obiettivo l’approvazione dell’accordo recesso entro il 22 maggio, prima della scadenza elettorale. Difficile dire come questo potrà avvenire, viste le tre bocciature già sancite da Westminster all’intesa.

La prossima scadenza europea potrebbe essere anche un nuovo banco di prova per la tenuta del Governo italiano, in questi giorni messo alla prova dall’inchiesta a carico del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, della Lega, e dalle intercettazioni sul caso Ama, l’azienda municipalizzata dei rifiuti della capitale amministrata dalla pentastellata Virginia Raggi. Ma la situazione è difficile anche per la presentazione del Documento di economia e finanza in Parlamento, in cui è emerso nero su bianco quanto le stime economiche formulate dal Governo quale base per l’elaborazione della legge di bilancio fossero poco realistiche. La stagnazione dell’economica italiana, che il commissario europeo Pierre Moscovici ha segnalato essere “fonte di incertezza per tutta l’Eurozona”, preoccupa il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e induce persino ad avanzare la possibilità di un aumento dell’Iva, categoricamente smentito dai due vice premier Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Secondo i sondaggi, il voto europeo certificherà, ancora una volta, l’aumento dei consensi in quota Lega, a scapito del Movimento 5 Stelle, così come è avvenuto in tutte le elezioni amministrative dall’avvio di questa legislatura ad oggi. Se si aggiungeranno nuove frizioni, non è detto che la strana alleanza regga, nonostante le due forze politiche si ostinino a voler scongiurare, almeno a parole, la caduta del Governo.

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