Austerità nel mirino

Hanno suscitato clamore, sui media e nella politica italiana, le parole pronunciate dal presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker nel corso delle celebrazioni per i 20 anni dell’euro che si sono svolte al Parlamento di Strasburgo a metà gennaio.

Juncker ha ammesso l’adozione di “un’austerità avventata” negli anni della crisi e si è rammaricato in particolare per la linea dura utilizzata con la Grecia, verso cui “non siamo stati sufficientemente solidali” – ha detto. “Se non altro la Grecia, il Portogallo e altri Paesi hanno ritrovato, se non un posto al sole, almeno un posto tra le antiche democrazie europee” – ha aggiunto Juncker, forse guardando anche al voto di fiducia – poi confermata – cui era sottoposto in quegli stessi giorni il governo di Atene, guidato da Alexis Tsipras, a seguito delle dimissioni del ministro della Difesa, Panos Kammenos, contrario all’accordo siglato sul nuovo nome della Macedonia.

Pur rimarcando l’importanza delle riforme strutturali, il presidente della Commissione europea ha ammesso che il fatto di aver dato troppo peso al Fondo monetario internazionale, nella gestione delle crisi, non abbia giovato all’Europa, un’ammissione che è stata però subito criticata dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, che ha liquidato il mea culpa come un poco autentico e assai tardivo tentativo di riacquistare consenso in vista delle elezioni europee del prossimo mese di maggio.

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha invece insistito sul tema oggi più discusso, quello della sovranità, sottolineando come in un contesto globalizzato come quello attuale, solo l’unione possa aspirare a capacità di governo effettive. “Oggi la maggior parte delle sfide sono globali e possono essere affrontate solo insieme” – ha detto Draghi, evidenziando la necessità di agire insieme per la regolamentazione dei mercati finanziari internazionali.

La riconsiderazione dell’austerità arriva però anche alla luce del temuto rallentamento dell’economia europea, certificato dagli istituti nazionali di statistica dei diversi Paesi. Un calo della produzione industriale si registra in primis in Italia – a novembre un -1,6% rispetto al mese precedente, – in Germania (-1,9% il calo su base mensile), Francia (-1,3%) e Spagna (-1,5%). Non è positivo neppure il dato della Gran Bretagna, anche se il rallentamento appare qui più contenuto (-0,4%). Nelle ultime settimana anche Bankitalia ha lanciato un allarme recessione per l’Italia, tagliando le stime di crescita del Pil per il 2019 allo 0,6%, con probabile “recessione tecnica” già per la fine del 2018, e che sarà confermata se l’andamento dell’ultimo trimestre sarà negativo come il precedente (-0,2%).

La fase appare ancora più delicata se si pensa che a dicembre è terminato anche il sostegno alla liquidità dei mercati ad opera della Bce. Per l’Italia, dunque, il percorso appare in salita: la crescita del Pil per il 2019 era già stata ridimensionata passando dall’1,5% all’1% per giungere ad un accordo con Bruxelles; ma l’ulteriore calo, con l’impegno di mantenere il rapporto deficit/Pil al 2%, rischia di determinare la necessità di una manovra correttiva, per altro smentita dal ministro Tria.

A moltiplicare il caos anche le vicende inglesi legate alla Brexit, con la bocciatura dell’accordo proposto dall’esecutivo guidato da Theresa May da parte del Parlamento inglese, la mozione di sfiducia, che ha avuto come esito la riconferma della premier, e la richiesta di modifiche che Bruxelles si è detta disposta a valutare, ma i cui tempi sono molto stretti. Per Theresa May le alternative restano al momento, in mancanza di accordo, un’uscita non regolamentata o l’annullamento del recesso dall’Ue, in contrasto con quanto espresso dal popolo inglese.

Il leader laburista Jeremy Corbyn, invece, vuole escludere il no deal e auspica un’intesa che preveda la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale. La minaccia resta la sfiducia dell’esecutivo e il rischio di nuove elezioni o di un nuovo referendum, cosa che alimenterebbe ulteriormente l’incertezza di mercati e cittadini.

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