Battute d’arresto

I dati non confortanti dell’economia tedesca gettano lunghe ombre sull’approssimarsi della fine dell’estate. È di alcuni giorni fa, infatti, l’annuncio del crollo dell’indice Zew, l’indice che misura le aspettative di crescita della locomotiva d’Europa, a -44 punti, il livello più basso dal 2015. Le attese degli analisti erano di un -30, ma le turbolenze dei mercati a livello internazionale, in particolare il lungo braccio di ferro che contraddistingue la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina e le forti criticità legate alla Brexit, e alla sempre più concreta possibilità di un’uscita senza accordo, hanno inciso sull’ulteriore peggioramento. Anche per la Germania si profila una recessione tecnica, se l’andamento del terzo trimestre del 2019 dovesse confermare la contrazione del Pil registrata per il secondo (-0,1% rispetto al primo trimestre del 2019). Si tratta di uno scenario che la Bundesbank effettivamente giudica possibile e che spinge ora il governo guidato da Angela Merkel al vaglio di possibili soluzioni. Non si esclude, in particolare, e sarebbe un inedito per la Germania campione dell’austerità, un aumento della spesa pubblica di un punto percentuale, e anche oltre, del Pil, con investimenti fino a 50 miliardi di euro. Se il ministro delle Finanze, Olaf Scholz si incamminerà su questo sentiero – il più logico, dal momento che il debito pubblico tedesco si aggira al 60% del Pil, – la Germania rinuncerebbe per quest’anno al pareggio di bilancio, ma a beneficio di tutta l’eurozona, di cui è il motore economico. E anche l’Italia dovrebbe tifare per il piano di rilancio, visto che si tratta del nostro principale partner commerciale.

Prima di lasciare la guida della Banca centrale europea, Mario Draghi potrebbe inoltre annunciare, già il prossimo 12 settembre, l’avvio di un nuovo programma di Quantitative easing, per l’acquisto di 30 o forse 50 miliardi di euro di titoli al mese. Ad anticipare e promuovere la riedizione dello stimolo monetario è stato in un’intervista allo Wall Street Journal di alcuni giorni fa Olli Rehn, dal 2018 governatore della banca centrale finlandese, già commissario Ue per gli Affari economici e monetari e vicepresidente della Commissione europea durante la grande crisi economica, per anni considerato simbolo del rigore e dei moniti di Bruxelles.

Settembre sarà poi un mese cruciale per la Brexit. Alla vigilia del suo primo viaggio nel continente in qualità di primo ministro, Boris Johnson, che ha preso il posto di Theresa May in luglio, annuncia che, in caso di uscita senza accordo, la Gran Bretagna porrà fine alla libera circolazione dei cittadini europei in Uk, mentre il Sunday Time pubblica un rapporto segreto sulle possibili conseguenze di questo scenario, che potrebbe determinare una riduzione del Pil britannico di oltre 4 punti percentuali e la perdita di oltre 500 mila posti di lavoro, senza contare gli effetti sulla disponibilità di beni di consumo e medicinali e il caos alle dogane. Johnson ha scritto alcuni giorni fa una lettera al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, per chiedere un nuovo accordo per l’uscita dall’Ue – ipotesi fino ad oggi esclusa dall’Unione, – e in cui ha ribadito anche la necessità di ridiscutere la questione del confine irlandese. Alla ripresa dei lavori parlamentari a Londra, il 3 settembre, il partito laburista ha già annunciato che la sua intenzione è quella di far cadere anche questo governo conservatore orientato a favore di una hard Brexit.

Intanto, l’elezione alla presidenza della nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen – membro della Cdu e ministro della Difesa nel governo guidato dalla Merkel – ha già provocato un terremoto nella fragile alleanza di governo italiano, con i leghisti che non hanno gradito l’appoggio del Movimento 5 Stelle alla Ministra tedesca. Il risultato sono state le dimissioni del premier Giuseppe Conte, rassegnate al Senato a seguito di una crisi di governo avvenuta proprio in concomitanza con l’inizio della pausa estiva dei lavori parlamentari. Una battuta d’arresto politica che avrà ripercussioni economiche ancora difficilmente prevedibili.

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