Ci vuole coraggio

È davanti a me. È un giovane medico. Dal camice bianco aperto si scorge la maglietta verde tipica dei chirurghi, dal taschino laterale pende la tessera dell’ospedale con la fotografia e il suo nome. Lo leggo, è slavo, forse croato… non lo so. Mi sta spiegando delle cose mediche. Parla in tedesco, ma non è facile per lui. Si sente il “combattimento” grammaticale in corso tra la sua lingua madre e la cosiddetta “lingua di Goethe”. È comunque una persona razionale, abituata a mettere in ordine i concetti e così, non appena si accorge di aver fatto un errore, si autocorregge, spesso con successo, modificando le parentesi frasali (Satzklammer), o invertendo l’ordine verbo soggetto dopo un avverbio o rimettendo il verbo in posizione finale nelle frasi relative. Non è facile esprimersi in una lingua straniera spiegando cose difficili e pensare contemporaneamente alla correttezza formale della grammatica.

A un certo punto il medico pronuncia all’italiana una serie di parole tecniche latine comunque facili da capire. Intuisco che conosce anche la mia lingua… forse meglio del tedesco. Gli faccio notare, in tedesco, che, se desidera, può parlare con me in italiano. Il giovane medico mi guarda sorpreso per la mia offerta e con un sorriso mi dice che ha studiato anche in Italia. Lavora nella Svizzera tedesca da un paio di anni. Mi ringrazia ma preferisce continuare a parlare in tedesco perché deve ancora imparare a usare efficacemente questa lingua. Alla fine, le sue spiegazioni sono molto chiare e il suo tedesco è più che accettabile. È sicuramente un bravo medico.

Questo episodio mi ha fatto pensare a quante volte mi sono trovato nella stessa situazione di questo medico. Da anni, infatti, lavoro usando una lingua straniera imparata da giovane adulto quando alcuni processi cognitivi dell’infanzia che favoriscono l’apprendimento naturale delle lingue erano già scomparsi da tempo. Nel corso degli anni questa lingua da “straniera” si è trasformata quasi in una seconda lingua affettivamente importante. Ma sono anche consapevole che il tedesco non potrà mai diventare per me una nuova lingua materna. Una lingua matrigna, forse sì… che può essere anche “crudele” con i suoi trabocchetti lessicali e grammaticali sempre in agguato. Quando si utilizza una lingua straniera si tende a essere più vulnerabili rispetto a quando si usa la propria lingua. Certe volte ci si sente perfino “nudi”, inadeguati, dal punto di vista comunicativo.

Conosco moltissime persone che ogni giorno, volenti o nolenti, devono usare per qualche motivo una lingua che non è la loro. Ci vuole coraggio a esporsi linguisticamente con il rischio di essere continuamente giudicati dagli altri (insegnanti, amici, compagni di scuola, colleghi di lavoro, ecc.) per il proprio accento non perfetto oppure per qualche errore che può sfuggire sempre. Tutto dipende dal grado di pazienza e tolleranza nel voler capire l’interlocutore nonostante le sue inevitabili imperfezioni linguistiche. Devo dire di essere stato piuttosto fortunato in questo perché le persone che frequentano i miei corsi di linguistica interculturale in tedesco sono sempre disponibili ad ascoltarmi… nonostante tutto.

Da docente di italiano per adulti ho conosciuto persone che non avevano paura di esporsi e provavano a parlare con me anche se facevano errori grammaticali di ogni tipo e altre persone che, invece, erano terrorizzate dall’idea di non poter parlare “perfettamente” e, quindi, preferivano restare zitte per evitare di commettere errori. Quest’ultima soluzione non è sicuramente il principale obiettivo pedagogico dell’insegnamento/apprendimento delle lingue straniere.

Secondo me l’atteggiamento del docente è fondamentale. Basterebbe che si mettesse nei panni del suo interlocutore e che capisse quanto coraggio ci vuole da parte dell’alunno nel doversi esprimere in una lingua che non è la propria. L’apertura e il rispetto reciproco favoriscono il dialogo. La pedanteria e l’intolleranza, invece, impediscono qualsiasi comunicazione… non solo a Scuola.

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