Creatività linguistica: il bello (e l’orrido) dei neologismi

Di solito, se non è parte del nostro lavoro, la lingua la utilizziamo senza farci troppo caso. Se ci pensiamo è quando proprio non possiamo farne a meno. Per esempio, e accade sempre più spesso, quando nuove parole vengono elevate dall’uso comune fin su nell’olimpo della Lingua. Il mitico “petaloso” ha fatto storia, dopo che l’“errore bello” del piccolo Matteo, terza elementare a Ferrara, prima è stato segnalato dalla maestra all’Accademia della Crusca, massima autorità in materia, e poi si è diffuso universalmente per passaparola (via social, naturalmente).

La frequenza con cui i neologismi si moltiplicano è inversamente proporzionale alla sensibilità collettiva sul tema. Bisogna proprio arrivare a eccessi come il mitico scendi il cane (sdoganato dagli esperti? sì, forse no, anzi no) per far emergere un minimo di orgoglio lessicale. Ma nel forgiarsi di nuove espressioni opera un tasso di creatività di popolo talmente importante che curiosare fra le “parole segnalate dagli utenti” sul sito web dell’Accademia della Crusca è un esercizio altamente istruttivo (e pure divertente).

Il più autorevole gremio linguistico italiano permette a tutti non solo di segnalare nuove parole, ma anche di sostenere la candidatura dei termini segnalati. Una specie di concorso: i vincitori finiscono di diritto nel dizionario ufficiale. Le espressioni proposte vengono visualizzate in una wordcloud, una nuvola di tre o quattrocento parole in cui la dimensione di ciascuna parola rispecchia la quantità di segnalazioni. Il che è interessante perché dà un’idea dei meccanismi attraverso i quali la nostra creatività linguistica si mette in moto. E dice molto, di conseguenza, anche di noi stessi.

Due parole emergono su tutte le altre per dimensione: bambinità (l’insieme delle qualità proprie del bambino) e obsistenza (l’atto di opporsi, di resistere). Ma dedurne un’influenza prevalente di istanze psicologiche o socio-politiche sarebbe un errore.

Infatti, basta scendere al secondo livello per trovare, nell’ordine: inzupposo (Antonio Banderas e il Mulino bianco colpiscono ancora); l’orribile e inutile colazionare; ideicida (interessante e rivelatore, in una società che impiega gran parte delle sue energie a distruggere ciò che ha radici nel passato); taggare (ormai usato anche dalle vecchie zie); babbano (importato direttamente dalla Hogworts di Harry Potter); webete (attribuito da Enrico Mentana a un suo contestatore su Facebook, l’appellativo in realtà era stato usato vent’anni prima in un’accezione un po’ diversa); petaloso (appunto); gengle (contrazione di genitore single); apericena (orrido quanto ormai universale, con grande scorno dei puristi che ritengono la diffusione degli “aperitivi rinforzati” un attentato alla tradizione culinaria e all’istituzione principe della gastronomia, la cena appunto); spoilerare (rivelare in anticipo la trama o il finale di una fiction o di un libro: autentico peccato mortale, nell’era di Netflix). Chiudiamo la lista delle voci più gettonate con puccioso (milanesismo usato per indicare un “animaletto che ispira tenerezza” – deriva quindi dal verso pucci pucci e non dal verbo pucciare), e pisellabile (di cui mi consentirete di evitare qualsiasi, peraltro superflua, traduzione).

In attesa che la sociolinguistica individui le tendenze nascoste nell’emergere dei neologismi di inizio millennio, e al di là dell’ovvia constatazione che le fonti statisticamente prevalenti sono internet, i media e in generale le modificazioni del costume, è forse sul piano estetico che potremmo esprimere una valutazione complessiva del lavoro sotterraneo che compiamo quotidianamente sulla nostra lingua. E in questo senso credo proprio che, sommersi dal dilagare dei vari scodinzoloso, sofficioso, stupendalistico e bellerrimo, fra un kebabbare e un sushiere, fra uno skillare e un ciccioneggiare, fra una coccolezza e un nutelloso, avremmo materiale in abbondanza su cui meditare. Ma prima, per favore, scendete il cane.

Lascia un commento

X

Newletter - La Rivista