Cryptovalute e nuove teconologie

Chi ci capisce è bravo. E non potrebbe essere altrimenti. La materia è complessa: pesca a strascico nell’informatica, nell’economia e nella matematica; si declina attraverso algoritmi e linguaggio cifrato.

Per sua natura: genera confusione alimentata dalla disinformazione. Del pari: genera disinformazione alimentata dalla confusione.

C’è chi si dice convinto che sia destinata, in un futuro assai prossimo, a scalzare il sistema monetario, a rivoluzionare i servizi finanziari, a modificare l’intero ordine economico mondiale.

Nella sua espressione più conosciuta seduce: prospetta guadagni iperbolici (scantonando perdite mirabolanti).

È la nuova tecnologia – nel gergo degli esperti: una blockchain –, una sorta di archivio, una banca dati permanente, che consente la creazione di quelle che chiamiamo criptovalute. Denaro alternativo, virtuale. Che esiste solamente per il tramite di scambi in versione elettronica.

La più famosa e anche la più vecchia (oddio, ha poco più di 9 anni e nel frattempo parecchie altre sono state create) di queste valute è certamente il bitcoin. La narrazione che l’accompagna è per lo più sognante: evoca arricchimenti istantanei (proprio nel mentre che state leggendo queste note il vostro patrimonio si moltiplica). Ma proprio la sua volatilità, estremamente sensibile agli umori del mercato, è una delle caratteristiche che alimenta la diffidenza che, abbondante, la circonda.

Ovvio: chi nel 2009 ha deciso di investire in bitcoin al cambio sul franco di pochi centesimi, se ha tenuto duro, lo scorso dicembre, quando il cambio ha costeggiato i 20’000 franchi, ha fatto un grosso affare. La cronaca ci racconta che poi, nel giro di meno di due mesi, il valore è però sceso rapidamente sotto gli 8’000 franchi.

Diffidenza alimentata anche dai dubbi sulle garanzie di sicurezza, sulla tracciabilità delle operazioni, mantenendo l’anonimato degli operatori, sul fatto che favorisca, più di quanto non faccia la moneta corrente, il riciclaggio, che la sua gestione comporti consumi vertiginosi di energia (67 terawattora all’anno: più di quanto ne serva all’economia svizzera, sostiene l’economista olandese Alex de Vries).

Che fare? Dare retta ai detrattori o fidarsi dei fautori? I quali, naturalmente, ritengono diffamatorie le critiche. Architettate ad arte da chi, prime fra tutte le banche, dall’affermarsi di questa nuova modalità di circolazione e utilizzo del denaro, con transazioni dirette che escludono forme di intermediazione, vedrebbe sminuita, se non sorpassata, la propria ragion d’essere.

Arduo, a questo punto, per tutti coloro che non ne hanno pratica quotidiana (e siamo la stragrande maggioranza), decidere quale opzione sposare.

Anche in questo caso, limitandoci agli affetti, senza alcuna pretesa di comprenderne l’origine, chi ci capisce è bravo.

Resta il fatto che la blockchain si presta ad applicazioni che permettono di gestire e archiviare transazioni, scambi di informazioni e dati, attraverso un controllo decentralizzato. Si tratta, infatti, come opportunamente ci vien fatto notare, di una tecnologia trasversale, che al di là dell’ambito valutario, può estendersi a tutti i settori, anche molto diversi tra di loro, in cui vi è condivisione di dati, potenziando l’efficienza, contribuendo, e non poco, a snellire le procedure burocratiche.

Utile, pertanto, e necessario approfondire la conoscenza di questa tecnologia per coglierne le potenzialità e sfruttarne le caratteristiche. Che oggi vengono evidenziate in termini di trasparenza, semplificazione e immutabilità. L’obiettivo è che possa essere applicata a beneficio dei diversi attori, non solo economici, a servizio dell’intera società.

Ecco, pertanto, che, altrettanto necessaria, ancor prima che utile, è una piena e consapevole comprensione dei rischi, così da collocare l’utilizzo di questo nuovo sistema all’interno di un quadro normativo che ne garantisca un’applicazione sicura, impedendone gli usi illeciti, a tutela e protezione di tutti i consumatori.

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