Dai a ciascuno il potere di condividere tutto con chiunque

“Give everyone the power to share anything with anyone”

Dai a ciascuno il potere di condividere tutto con chiunque

Una dichiarazione di intenti inequivocabile. Puntualmente, a chiare lettere, esibita in ogni pubblica occasione dal suo osannato (fino ad ieri) creatore.

È l’obiettivo esplicito che si prefigge Facebook. Implicitamente (?) condiviso, appunto, consapevolmente (?) da centinaia di milioni di persone. Che per anni, intenzionalmente e del tutto liberamente, hanno messo virtualmente in piazza gli affari loro, in una strenua gara ad accumulare like (mi piace), orgogliosamente esibiti come trofeo, che ne certifichi una riconosciuta (pertanto accresciuta?) personalità.

Ora, che ci sia qualcuno che, sopracciglio alzato, ostenti rabbioso stupore e additi al pubblico ludibrio il fatto che i dati di parecchi milioni di utenti Facebook siano stati sottratti, per creare degli algoritmi che ne tratteggino, interessi, passioni, inclinazioni e pulsioni, dovrebbe davvero stupire.

La quotidianità dei nativi (ma anche quella degli immigrati e dei moribondi) digitali è punteggiata di abusi di questo tipo: basti pensare al sovrapporsi di messaggi pubblicitari che invadono le nostre navigazioni online, e ci sorprendono segnalandoci che, forse, ci può interessare anche questo hotel, potremmo acquistare anche questo accessorio (calzatura, vestito, jeans o cravatta). Guarda caso, inspiegabilmente (?) in perfetta sintonia con i nostri gusti e con le nostre ricerche (acquisti o prenotazioni) fatte in altri momenti.

Insomma: chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. Poco credibile denunciare attentati alla propria privacy e, al contempo, sui nostri profili condivisi in Rete, consegnare noi stessi e magari qualcosa di più.

Siamo noi che forniamo i nostri dati: ogni qualvolta ci connettiamo, effettuiamo un acquisto, scarichiamo l’ennesima, va da sé scicchettosa, app.

Dopo di che – anche se il rischio è talmente noto che allegramente (almeno fintanto che non riguarda direttamente noi) ci conviviamo – è fuor di dubbio che la fine che faranno i nostri dati e il fine che il loro utilizzo consentirà di perseguire, difficilmente sarà declinato, di volta in volta, con nobili intenti.

Gli scandali, comunque ampiamente annunciati, si inseguono, al pari delle accuse. Se prima si denunciavano manipolazioni finalizzate a condizionare acquisti, oggi si segnalano ingerenze tali da influenzare importanti elezioni politiche (Trump?) o votazioni popolari (Brexit?).

Insomma, il Grande Fratello, anticipato da George Orwell, si è evoluto: non si limita a spiare la nostra quotidianità, ma è fermamente deciso a determinarla.

In attesa di concordare su chi (cosa?) sia il Grande Fratello, o chi (cosa?) lo manovri, non ci resta che fare i conti con noi stessi. Praticando prudenza nella condivisone – con pensieri (espressi), parole (scritte), opere (fotografate o filmate) – dei nostri dati, delle nostre esperienze, delle nostre emozioni.

Poi, confidiamo ci venga in soccorso la normativa.

Dal 25 maggio 2018 nell’Unione europea (vale anche per la Svizzera!) entrerà in vigore il nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati (RGPD o GDPR secondo l’acronimo inglese). In questo modo si vuole garantire una migliore protezione dei dati personali nelle interazioni con le imprese.

Resta il fatto che i primi protettori dei nostri dati siamo noi. Il che equivale ad affermare che, potenzialmente, siamo noi i primi a non proteggerli.

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