De vulgari eloquentia

Questo è il titolo del trattato di Dante Alighieri nel quale viene sostenuta l’eleganza della lingua volgare, cioè dell’italiano del “popolo”, rispetto al latino che, all’epoca del Poeta, era considerata l’unica lingua degna di essere usata dai dotti per comunicare. Nel mio contributo, invece, vorrei parlare di un certo uso non propriamente elegante dell’italiano. Si tratta del parlare volgare, ricco di parolacce di vario tipo, diffuso ormai a tutti i livelli. Tengo subito a precisare una cosa: le espressioni volgari fanno parte del lessico naturale di ogni lingua e l’italiano è una lingua molto creativa in questo senso. Il problema è, secondo me, l’uso indiscriminato che se ne fa anche in contesti dove non è necessario o opportuno.

Anni fa mi accorsi di un fenomeno particolare che riguardava i miei figli: nel loro bilinguismo precoce non erano contemplate parolacce italiane. Il motivo di questo bilinguismo “incompleto” era da ricercarsi sostanzialmente nel mancato uso di mia moglie e del sottoscritto di determinate espressioni (anche in tedesco) in loro presenza. Non ce n’era semplicemente bisogno. A distanza di anni i miei figli hanno colmato senza problemi le loro “lacune” linguistiche attraverso la fruizione dei mezzi di comunicazione di massa.

Quando c’era il dibattito riguardante l’uso della parola casino nei canali radiotelevisivi nazionali negli anni Settanta io ero ancora un ragazzino che sperimentava con gli adulti l’impatto di certe espressioni. In genere l’uso pubblico di termini volgari era considerato ancora negativamente dalla maggior parte delle persone. Mi ricordo ancora la reazione disgustata di mia nonna di fronte a certe parole che ripetevo come un pappagallo perché le avevo sentite in qualche film o in qualche canzone o in qualche discussione a scuola. Spesso non conoscevo nemmeno il significato reale di queste espressioni, ma dirle apertamente faceva sentire “adulti”.

Oggi le cose sono probabilmente cambiate. Lasciamo stare quello che si trova in rete, basta ascoltare una qualsiasi trasmissione televisiva o radiofonica per accorgersi del turpiloquio che caratterizza la comunicazione quotidiana. Certe parolacce non sono più considerate “volgari” ma sono diventate semplici intercalari usati indistintamente da uomini e donne. E anche quando la parolaccia non è detta in modo esplicito abbondano le allusioni attraverso perifrasi o metafore di vario tipo.

Tempo fa una mia conoscente svizzero-tedesca, dopo una permanenza abbastanza lunga in Toscana per imparare l’italiano, mi fece notare un problema che riguarda in genere l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue straniere: come ci si deve comportare di fronte al turpiloquio? Mi disse anche: «In quelle settimane ho notato che tra di loro molti italiani tendono a usare un linguaggio rozzo e aggressivo e ancora non ho capito se lo fanno sul serio o per scherzo». Alla fine del suo soggiorno aveva imparato un buon numero di parolacce che ogni tanto si diverte a ripetermi per vedere l’effetto che fa. Per lei, comunque, sono dei semplici suoni abbinati a certe parole che non lasciano particolarmente il segno. Lo stesso vale anche per me quando mi trovo a sentire certe espressioni volgari in tedesco… non hanno lo stesso valore di quelle in italiano. Semplicemente non le sento “mie”.

Proprio grazie a osservazioni come quelle fatte da questa mia conoscente da un po’ di tempo, nelle mie lezioni, ho deciso di parlare apertamente del turpiloquio. Dietro a certe espressioni si può capire la concezione del mondo in certe culture. Svelare il segreto di parole ritenute “tabù” può aiutare le persone a fare determinate scelte linguistiche con maggiore cognizione di causa. Se si scava in profondità, infatti, si può scoprire che il significato reale delle parolacce è in realtà… molto banale! Anche chi ne usa troppe e a sproposito, forse, lo è.

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