Digitale, cultura e cambiamento

Secondo la ricercatrice Carlota Perez, negli ultimi 250 anni si sono verificate ben 5 rivoluzioni tecnologiche e le ha illustrate nel suo brillante intervento al Democratic Design Day di Ikea che si è tenuto a metà settembre a Lugano.

La prima è la Rivoluzione Industriale del 1771 che ha introdotto macchine e fabbriche, seguita, nel 1829, dall’era del vapore con ferrovie e meccanizzazione, la terza è avvenuta nel 1875 con l’acciaio e l’ingegneria pesante, nel 1908 è comparsa l’automobile e la produzione di massa ed infine nel 1971 la rivoluzione delle telecomunicazioni e delle tecnologie dell’informazione.

Ognuna di queste fasi ha comportato un significativo cambio di paradigma cambiando la direzione dell’innovazione e dell’organizzazione nell’economia e nella società.

Oggi ci stiamo confrontando con la digitalizzazione, che potrebbe essere definita la sesta rivoluzione, e le aziende stanno affrontando un tema molto complesso. Una recente ricerca della società di consulenza Boston Consulting Group su 40 trasformazioni digitali ha rivelato che le aziende che hanno esplicitamente lavorato sulla cultura hanno riportato eccellenti performance finanziarie nel 90% dei casi, contro un limitato 17% di quelle che invece hanno considerato trascurabile questo aspetto.

Per affrontare con successo la digitalizzazione è quindi necessario definire le caratteristiche della cultura digitale. BCG suggerisce di focalizzarsi sull’esterno anziché sull’interno, per esempio per creare nuove soluzioni è utile il coinvolgimento attivo di clienti e partner commerciali. Un secondo aspetto consiste nella chiara prevalenza della delega sul controllo, chi opera deve avere dei principi da seguire ed autonomia decisionale anziché istruzioni dettagliate, naturalmente la conseguenza è che le persone debbano avere l’attitudine a prendere rischi, eventualmente fallire ma imparando rapidamente senza esserne penalizzate. Lo status quo non è un valore da preservare.

Dal punto di vista operativo la velocità è decisiva, il mondo digitale cambia rapidamente e quindi la pianificazione a lungo termine deve lasciare spazio a continue iterazioni per migliorare, la rapidità prevale sulla ricerca della perfezione. Infine, nessuno vince da solo, la collaborazione è la modalità di lavoro più efficace se fondata su trasparenza e fiducia.

Il digitale sta rapidamente trasformando il mondo del lavoro, c’è molta preoccupazione per i livelli occupazionali, si dice che entro pochi anni la stragrande maggioranza degli occupati farà lavori che oggi non esistono, tuttavia credo sia interessante sottolineare quanto Carlota Perez ha evidenziato: dopo ogni rivoluzione tecnologica c’è stato un periodo di assestamento e poi è seguita una fase di benessere e di sviluppo. Sono sempre nati nuovi lavori e differenti stili di vita.

Ci troviamo costretti a progettare il futuro senza avere molte certezze, mi sembra però che l’uomo si trovi al centro di questo processo, l’uomo e la sua capacità di apprendere e cambiare. Gli esempi sono tanti, l’economia circolare fondata sul recupero e riutilizzo, la condivisione di mezzi e strumenti, la sostenibilità di fonti energetiche, le nuove forme di socialità.

Nel mio quotidiano nelle aziende trovo evidenza della ineluttabilità di questo cambiamento e mi accorgo che ci sono risorse ed energie che possono realizzarlo, il compito di chi guida le imprese, ma non solo quelle, è creare le condizioni perché ciò avvenga in un clima positivo ed ottimista. La leadership è il fattore critico in questa fase dove le aziende e la società stanno cercando le nuove strade per il futuro, i nuovi modelli dovranno essere costruiti attraverso esperimenti il cui esito non è noto.

Yuval Noah Harari, ricercatore, docente e autore di best sellers, nel suo ultimo libro 21 lezioni per il XXI secolo dice che in un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere.

Credo che la paura sia nemica della lucidità.

 

CULTURA D’IMPRESA

di Enrico Perversi

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