Ebbene sì: gli anniversari servono

Va da sé, a celebrare. Ma soprattutto a ricordare. A riflettere. Ad insuflare la necessità di documentarsi, constatando, per l’ennesima volta, di saper di non sapere.

Quanto meno di non sapere abbastanza.

Ne ho espressa piena consapevolezza qualche mese fa (cfr. La Rivista nr 3, marzo 2019) quando, in riferimento ai 500 anni dalla morte di Leonardo, confessavo colpevolmente che del genio, in realtà, conoscevo ben poco.

Nella stessa condizione mi ritrovo oggi, indotto ad improvvisa riflessione dalla celebrazione del V centenario della Riforma protestante in Svizzera, Paese nel quale vivo da mezzo secolo, in buona parte trascorso nella città in cui detta Riforma, 2 anni dopo quella luterana, ha preso avvio: Zurigo.

È in questo contesto che ciò che era parte integrante delle mie stanze di vita quotidiana, l’ho vissuto come scontato senza una consapevole presa d’atto.

In modo meno fumoso: sapevo di vivere in una città ed in un Cantone a forte maggioranza protestante, senza però rendermi conto di cosa concretamente questo volesse dire o significare.

Ovvio: registravo le diversità del calendario delle festività religiose, che segnalavano una loro diversa rilevanza: Pentecoste, per esempio, per i protestanti, rispetto ai cattolici, riveste un’importanza di gran lunga maggiore. Ma lo facevo passivamente.

In talune occasioni, soprattutto gioiose celebrazioni di matrimoni, rilevavo, con piacere devo ammettere, una ritualità più sobria, una liturgia meno ostentata e pomposa, priva di fronzoli retorici ed estetici, sottolineata dall’essenzialità degli arredi degli ambienti.

Mi piaceva, che i Pastori fossero anche donne. Mi tranquillizzava non fossero costretti all’obbligo del celibato. Assumevo ciò come un dato di fatto, senza chiedermi, ad esempio, perché una pratica religiosa, pur rifacendosi ad una comune origine, potesse avere una declinazione così diversa da quella alla quale, da nativo cattolico, ero stato educato.

Ho conoscenti e amici che appartengono alla Chiesa Valdese. Mai però mi sono preso la briga di verificare chi fosse Valdo. Solo ora, sollecitato dall’anniversario della Riforma, ho scoperto, tra l’altro, che era un mercante di Lione, vissuto nel XII secolo: parecchio prima di Lutero, Zwingli e Calvino.

Accanto alle numerose opportunità di incontri*, dibattiti e conferenze che, naturale conseguenza dell’anniversario, hanno affollato l’agenda di quest’anno, anche la visione del film Zwingli, del regista zurighese Stefan Haupt, pur prescindendo dal rigore storico o teologico, ha contribuito ad aprire qualche finestra su un orizzonte che personalmente ho poco indagato. O che ho sempre scrutato con superficiale approssimazione (approssimata superficialità?): sostanzialmente faceva parte del panorama.

Un atteggiamento, inconsapevolmente miope, da modificare. Non certo per un tardivo anelito spirituale, semplicemente per un ulteriore e rinnovato stimolo alla conoscenza (in fin dei conti aveva ragione Dante: “fatti non fummo a viver come bruti…”). Che, sostenuta da un’implicita libertà di pensiero e dal rifiuto di un ottuso dogmatismo, aiuta a comprendere il valore, e l’importanza del rispetto, delle diversità.

Che favorisce un approccio meno timoroso, pertanto più aperto, nei confronti di culture altre, di cui le religioni, defraudate del loro significato più intimo, sono, nel bene e nel male, elemento condizionante.

Che consente di dare il giusto rilievo, non più solo simbolico, anche ad una decisione come quella di Monsignor Bergoglio che, per il suo pontificato, ha scelto di chiamarsi Francesco, con tutto quello che ciò può significare in termini di relazione con la gerarchia della Chiesa cattolica romana.

Che, con riferimento al contesto geografico specifico, potrebbe contribuire, almeno in parte, a spiegare perché se, fino agli anni ’80 più del 90% della popolazione residente in Svizzera si riconosceva in una delle religioni nazionali principali, cattolica o protestante, oggi questa percentuale si attesti attorno al 60%, mentre le persone senza appartenenza religiosa in Svizzera rappresentino quasi il 30%.

Uno stimolo alla conoscenza, presupposto cardine per agire con spirito aperto e rinnovato (riformato?) all’interno della nostra società. Mi piace pensare che sia anche questo un modo, per fugare i timori di un’islamizzazione prossima (s)ventura della nostra civiltà, troppo spesso e poco nobilmente sventolati per mera strumentalizzazione politica.

*A pag 23 de la Rivista, in coda all’interessante articolo del prof. Campi sulle Influenze italiane sulla Riforma zurighese, ne segnaliamo alcuni)

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