Gioia meglio della felicità?

Non ci avevo mai pensato. È ascoltando su youtube una conferenza del noto psichiatra e autore di successo Vittorino Andreoli che scopro un insospettato elefante invisibile: per accedere al benessere psicologico (o meglio, al “ben-d’essere” come ci tiene a dire lui) la gioia sarebbe molto meglio della felicità. Visto che si tratta di due concetti tanto inflazionati quanto non facili da definire, e per di più usati spesso come interscambiabili, mi è sorta la voglia di approfondire la questione.

Il primo passo da fare mi sembra ovvio: si tratta di capire quali significati vengono attribuiti all’uno o all’altro termine. Attribuiti da chi? Trattandosi di due vocaboli comunemente usati nel quotidiano, per cominciare ognuno di noi potrebbe chiedersi quali sono le proprie personali definizioni e confrontarle poi eventualmente, se gli aggrada, con quanto segue.

Stando agli argomenti esposti da Andreoli, con la consueta forza e passione, la felicità corrisponde a uno stato d’animo di esaltante ebrezza legato a singoli attimi di riuscita individuale e di successo personale: un esame brillantemente superato, un avanzamento di carriera, la vittoria in una competizione, una dichiarazione d’amore tanto sospirata. È un tripudio dell’IO. Uno splendido fuoco d’artificio emotivo, destinato però a spegnersi con il venir meno dello stimolo che lo ha provocato.

Al contrario la gioia è un’emozione legata alla cura del NOI, ovvero alla qualità delle relazioni, all’attenzione per gli altri, al piacere del dono di sé, alla capacità di meravigliarsi delle piccole (grandi) cose del quotidiano, quali la bellezza di un fiore, l’incanto di un paesaggio, il gesto gentile di chi ci sta accanto, l’affetto delle persone care, una bella amicizia… La gioia rinforza e impreziosisce i rapporti sociali delle persone, allarga le loro possibilità di ricevere sostegno, nonché la loro capacità di sviluppare le risorse necessarie per affrontare le sfide quotidiane. Uno stato duraturo di benessere psicologico è dunque più figlio della gioia che dei picchi di felicità.

Tutti d’accordo? Più no che sì. Nella letteratura psicologica, specialistica e divulgativa, succede spesso di leggere disquisizioni sulle differenze tra i concetti di gioia e di felicità. C’è però una complicazione che sorge a questo punto: le definizioni dei due termini vengono spesso invertite rispetto ai significati sopra proposti. Capita infatti di leggere descrizioni della gioia come un’emozione altamente positiva improvvisa e intensa legata a stimoli puntuali. Parallelamente la felicità viene presentata come uno stato d’animo di sereno appagamento nei riguardi del presente, della vita personale e relazionale, sottolineando che non è nell’attimo che si realizza la felicità, ma al contrario la si guadagna con il trascorrere degli anni e delle esperienze realizzando i progetti a cui teniamo.

Come spiegare tali divergenze nelle attribuzioni di significato? C’è da dire che le emozioni positive sono molto meno studiate di quelle negative, del tipo paura, tristezza e collera. Le sfumature del linguaggio sono dunque meno ricche e si prestano a maggiori ambiguità concettuali.

C’è anche da dire che le star della psicologia tendono a dare interpretazioni personali ai concetti di maggiore richiamo, un po’ per affermare la propria originalità, un po’ per deformazione accademica e un po’ per il gusto di attizzare schermaglie concettuali con i colleghi.

Ciò detto, in fondo non è necessario schierarsi in modo dogmatico tra i tifosi dell’uno o dell’altro partito linguistico, litigando su cosa debba intendersi per gioia e cosa per felicità. Ci sono ai miei occhi due argomenti forti per non entrare nella mischia: primo, è comunque incontestabile che il termine gioia designa un’emozione primaria positiva riconosciuta come reazione innata e universale capace di attivare nel cervello aree specifiche correlate al piacere. È una delle prime emozioni espresse dai piccolissimi, importante da subito per comunicare e poter sorridere alla vita e agli altri. Secondo, per vivere bene noi umani abbiamo bisogno di coltivare contemporaneamente qualche successo personale che gratifichi l’IO, nonché la qualità dei legami sociali e i doni che il quotidiano ci offre (ovvero il NOI).  Senza esagerare però. L’eccesso cronico di ottimismo e di puerile euforia può portare a pensieri irrealistici, a sottovalutare le difficoltà, a pensare e agire superficialmente.

Infine, un ultimo inciso: Gioia sta diventando uno dei nomi propri femminili di successo. Effettivamente in un’epoca come la nostra dove, almeno alle nostre latitudini, i figli sono una merce rara, la prole è sovraccaricata di aspettative gioiose, ben diverse dalle sobrie speranze delle famiglie numerose dei tempi antichi che si limitavano a sottolineare l’ordine cronologico dei figli chiamandoli Primo, Secondo, Quinto, Settimo…

Lascia un commento

X

Newletter - La Rivista