Gli ottant’anni di un giudice

Il 18 maggio scorso il magistrato Giovanni Falcone avrebbe compiuto ottant’anni.

Il 23 maggio 1992 morì insieme a sua moglie e alla scorta un uomo buono. Tutta la sua opera professionale e il suo esempio di uomo retto dedito alla giustizia non hanno fatto altro che contribuire al miglioramento civile dell’Italia. Chi scrive crede sia utile condividere una profetica intervista che Falcone rilasciò a Michele Santoro nel 1990 in televisione. Lasciamo da parte l’agiografia e focalizziamoci sulle parole di Giovanni Falcone che descrivono quel fenomeno atroce e primitivo, ancora oggi esistente, che è la mafia siciliana detta “Cosa nostra”. In parentesi quadre vi sono le domande di Santoro.

“[Quando cominciò a fare il giudice?] Nel 1964. [La prima inchiesta di mafia?] È stata a Trapani nel ’67: il processo contro la banda Licari, un’organizzazione mafiosa molto seria, molto feroce. [Lei ha anche conosciuto personalmente il giudice Chinnici.] Eh, caspita, sono stato diversi anni nell’ufficio da lui diretto. Ci conoscevamo da prima. È stato un incontro estremamente importante e sotto l’aspetto professionale e sotto l’aspetto umano. [È uno dei giudici che è stato ammazzato.] Beh, non è il solo tra i miei carissimi amici che ha fatto la sua fine.

[Senta, lei per esempio sa dire perfettamente perché Chinnici è morto?] Ma certamente per la sua attività complessiva e per l’impulso che ha dato all’ufficio istruzione, per il rinnovato impegno e per la capacità che aveva di saper organizzare il lavoro. [Perché la mafia decide di ammazzare?] Ma sa il discorso è molto complesso e non si può fare una valutazione generica e generalizzata poiché sarebbe banale. Il dato comune, il sottofondo generale potrebbe essere, anzi senz’altro è, che la mafia uccide con extrema ratio. Non c’è il gusto, non c’è la ferocia fine a sé stessa di ammazzare. Uccide quando ritiene che sia essenziale in ordine ai suoi interessi. [Il fatto che uccide quelli che sono più isolati è vero?] Certamente, perché emerge che la pericolosità è del singolo e non della struttura nel suo complesso.

[Lei è uno degli uomini più prezioso alla nostra magistratura e quindi è anche uno dei più sorvegliati. Vive praticamente sempre con la scorta. Tutta la sua vita è così?] Beh, praticamente. [E quando c’è stato quel tentativo di attentato a lei?] Dicono che non c’è stato un attentato. [E chi lo dice?] Eh, c’è qualcuno. [Ma lei non lo pensa?] Io so come si sono svolti i fatti. [Che cosa ha pensato lei? Ci avrà pensato tante volte a un’eventualità del genere, no?] Mah, io credo che la forza dell’uomo stia nel fatto che è un animale che si abitua a tutto. [E lei ci aveva fatto il callo a un’idea come questa?] Tenga conto che quando si lavora dieci anni in un certo clima, in una certa atmosfera, ripeto, con tanti amici che ti cadono affianco, questi problemi non è che non ti tocchino, ma non più di tanto. [Non è stato proprio spaventatissimo?] No, direi proprio di no. [Ha tirato dritto?] Sì.

[Lei ha frequentato Buscetta?] Cattive frequentazioni secondo alcuni. [Senza di lui non sapremmo niente?] Questo lo sostengo io. [Quindi con Buscetta abbiamo capito com’era organizzata la mafia?] Sì, dall’interno. Diciamo la struttura organizzativa di cosa nostra in un determinato momento storico. [C’erano le famiglie che controllavano il territorio…] Vi è sempre la caratteristica del controllo del territorio in questo tipo di organizzazioni che sono radicate nel tessuto sociale. È fondamentale. Altrimenti sarebbero comuni organizzazioni criminali.

[Ma adesso le cose non sono più così?] Adesso sono, a mio avviso, ancora più salde di prima. Vi siete domandati come mai in Sicilia non sta accadendo nulla per adesso. Questa è forse la dimostrazione più eloquente nel suo silenzio dell’unicità di quest’organizzazione. A differenza della camorra o della ‘ndrangheta che sono organizzazioni sparse sul territorio e che non hanno un collegamento comune e quindi sono in perenne lotta. In una struttura coesa, organica, unitaria è possibile una linea di condotta che vale per tutti. Non viene ucciso quasi più nessuno per adesso. Cosa nostra è un’organizzazione che riesce anche a programmare la resa dei conti. Durante tutto il periodo del maxi-processo, quasi due anni, non ci sono stati pressoché omicidi di mafia. [Mi pare, dunque, che ci sono ancora le famiglie che controllano il territorio?] Ma certo. [C’è ancora la cupola con i rappresentanti di ogni famiglia?] Direi che c’è un’organizzazione ancora più verticistica e unitaria di prima. [Però non pretende di controllare tutto, la Campania, la Sicilia.] Ma non l’ha mai preteso. Ha fatto sempre delle valutazioni molto ragionevoli”.

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