Il salario minimo legale e il ruolo della contrattazione

In Parlamento si attende con grande trepidazione la discussione sulle proposte relative al salario minimo legale.

Dell’argomento si è occupata la Commissione Lavoro concentrandosi sia sulla mozione presentata dal Movimento 5 Stelle che su quella curata dal Partito Democratico. La prima fissa la soglia di legge a 9 euro lordi, laddove non vi siano disposizioni dei contratti collettivi nazionali del lavoro. La seconda ipotizza invece 9 euro netti, senza riferimenti diretti alla contrattazione. Dal punto di vista pratico significa che (dati ISTAT) la proposta del M5S interesserebbe il 25% degli occupati nelle imprese fino a 10 dipendenti e il 3% di quelle più grandi per un costo complessivo a carico delle imprese di 4,1 miliardi; la seconda (PD) riguarderebbe il 77% degli occupati nella micro e piccola impresa e il 20% degli occupati nella grande impresa, per un costo di 34,1 miliardi.

In considerazione della grande differenza di costi è opportuno analizzare la proposta ideata da uno dei partiti di maggioranza. Il punto problematico non riguarda, evidentemente, l’approvazione di una misura che già esiste in 22 Stati europei, ma la contraddizione tra la legge sul Reddito di Cittadinanza e il disegno di legge sul salario minimo. Mentre per la prima è adeguata una retribuzione pari a 5,5 euro all’ora, per il secondo si parte da 9 euro. L’effetto domino è assicurato: ci si riferisce in particolare al fatto che i 9 euro del salario minimo legale potrebbero costringere le piccole imprese in crisi a licenziare. A quel punto gli ex lavoratori chiederebbero il Reddito di Cittadinanza che alla fine potrebbe obbligarli ad accettare una offerta di lavoro pagata meno di quanto percepito prima del licenziamento… Questo dal punrto di vista della compatibilità delle misure, ma c’è ben altro in gioco e mi riferisco al ruolo dei sindacati.

Dal punto di vista della contrattazione collettiva, le associazioni datoriali e sindacali durante le audizioni in Commissione Lavoro, hanno chiesto di poter conservare il potere di determinare gli equilibri interni ad ogni settore pur nel rispetto dei minimi fissati dalla legge. A quel punto le stesse associazioni potrebbero fissare il salario minimo legale e la legge dovrebbe intervenire nei settori ove manca il CCNL. Ma forse la cosa più grave è che il diritto del lavoro sta ormai tendendo ad uscire dal principio della libera contrattazione e ad essere imposto dalla legge, persino per quello che riguarda l’aspetto fondamentale e originario del negoziato sulle retribuzioni.

Si sta tornando pericolosamente indietro. Perchè la modernità nel senso della efficienza passa attraverso la contrattazione, in particolare attraverso il contratto di secondo livello, che dovrebbe consentire possibili differenziazioni salariali, stabilendo uno stretto legame tra retribuzione e performance. Il fatto è che nonostante gli sforzi il sistema di contrattazione collettiva, come già rilevato dal prof. Biagi nel Libro Bianco del 2001, “ha mantenuto caratteristiche di centralizzazione che si sono rivelate eccessive e inadatte ad assicurare quella flessibilità della struttura salariale capace di adeguarsi ai differenziali di produttività e di rispondere ai diversi disequilibri del mercato. Il sistema di determinazione del salario in Italia favorisce il permanere di una struttura delle retribuzioni relativamente poco articolata”.

A distanza di 18 anni le riflessioni sono rimaste attuali con la differenza che all’epoca vi era uno sforzo di guardare avanti. Il pericolo infatti, di questa sorta di “nazionalizzazione delle retribuzioni” è che per seguire la legge i sindacati o meglio il loro ruolo ne uscirebbe ancora più esautorato con una deriva ancora più pericolosa. Lo Stato si fa rappresentante economico e sociale di datori e lavoratori. La conseguenza potrebbe essere il definitivo tramonto della libera adesione di lavoratori e imprese al sindacato e l’asservimento dello stesso alla politica. Un rischio troppo alto.

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