Il talento è un dono che può rivelarsi un limite: scopri il tuo compito evolutivo

Nelle aziende si parla di talent management come di quell’insieme di attività rivolte ad attrarre, sviluppare e trattenere persone qualificate e con un profilo di alto valore per il vantaggio competitivo. Il termine fu coniato da David Watkins di Softscape in un articolo del 1998 dopo che la società McKinsey aveva definito “guerra dei talenti” la competizione tra imprese per accaparrarsi le migliori risorse nata negli anni ’90 quando esplose il fenomeno della New Economy.

In realtà, noi tutti abbiamo molti talenti, non certamente uno solo, e sono doni che abbiamo ricevuto alla nascita. Ci sono cose che ci risultano facili da fare e spesso la nostra vita professionale inizialmente si sviluppa proprio a partire da queste, poi investiamo per valorizzarle e metterle a frutto. Abbiamo successo ed il talento diventa la nostra zona di comfort in cui siamo a nostro agio forti delle esperienze maturate, addirittura rappresenta una parte importante della nostra identità.

Tuttavia ad un certo punto appare evidente che i talenti non sono più sufficienti, una ulteriore crescita richiede un cambiamento che ci permetta di proseguire il nostro cammino, dobbiamo identificare un compito evolutivo da fare nostro. Spesso in azienda si incontrano persone che sono rimaste fossilizzate nelle loro capacità naturali: non si adeguano al nuovo contesto e assumono atteggiamenti di cinismo e disincanto, oppure sono soggetti al cosiddetto burnout, perché aumentano gli sforzi senza riuscire davvero a rigenerarsi e trovare nuove vie.

Nel talento ci sono le nostre abitudini, tutti i riconoscimenti ricevuti, la nostra vita passata ed è quindi difficile essere consapevoli di quando esageriamo fino a trasformarlo in caricatura creando situazioni disfunzionali per noi stessi e per gli altri: la capacità di innovare, per esempio, è sicuramente un talento, tuttavia può succedere che un suo uso estremo impedisca la valorizzazione del passato fino a rendere la persona un sognatore inconcludente che passa da un esperimento all’altro, appunto un comportamento caricaturale di un innovatore.

La caricatura è quindi il segnale che il talento deve essere bilanciato da un compito evolutivo, ma come identificarlo? Il primo possibile passo è identificare un’allergia, qualcosa che irrita, infastidisce, non si sopporta; questo indica che dietro c’è una paura che si cerca di sopprimere ma che va affrontata uscendo dalla zona di comfort. Una dose omeopatica di questo fastidio rappresenta il compito evolutivo che permetterà di bilanciare il talento: l’innovatore visto sopra sicuramente non sopporterà chi si fossilizza sulle cose rimanendo fermo nel passato, questa sua allergia gli può suggerire di mantenere il suo orientamento verso il futuro integrandolo con la capacità di consolidare le esperienze fatte.

Questo strumento è molto semplice e facile da spiegare tuttavia non è di facile utilizzo: un coach deve facilitare la consapevolezza su capacità e credenze radicate che spesso sono state la base di carriere di successo ma che devono essere integrate con qualcosa di diverso per permettere un’ulteriore crescita. Comportamenti caricaturali ed allergie sono ostacoli che, una volta riconosciuti, spianano la strada verso crescite personali e professionali inaspettate prima di essere conseguite.

Mi capita spesso lavorando con alcuni manager che non sappiano identificare il proprio compito evolutivo ed i propri talenti, ma mi raccontino le loro sofferenze e le difficoltà che incontrano nel mutato contesto in cui si sono venuti a trovare: dopo alcuni incontri e nuovi comportamenti sperimentati sorridono di sé stessi dicendo “è così chiaro, perché non me ne sono reso conto prima?”.

Potere della consapevolezza!

perversi.enrico@espiu.com

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