Intervista con Sabina Belli CEO di Pomellato

«I gioielli sono un passaporto per l’eternità»

Donna gradevolmente loquace, di raffinata eleganza – d’altronde non potrebbe essere altrimenti – vanta un curriculum di tutto rispetto maturato sul campo. Nata a Milano ma giovanissima partita per Parigi, nel capoluogo lombardo ci è tornata da poco, in seguito al suo ultimo incarico professionale.
L’abbiamo incontrata a Ginevra dov’è stata ospite di un evento organizzato dal locale ufficio della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Né nata una lunga chiacchierata che di seguito vi proponiamo.

Il suo percorso è particolare: milanese di nascita ha una carriera professionale costruita tutta fuori d’Italia. Come mai? Cosa le ha dato in più questa esperienza all’estero?

Io sono nata effettivamente a Milano e a 15 anni ci siamo trasferiti a Parigi per il lavoro di mio padre. Mentre i miei genitori, ad un certo punto, sono tornati in Italia, io ho deciso di rimanere a Parigi: per ragioni culturali dettate da un’educazione scolastica, uno stile di vita francese che era diventato molto mio. La mia prima esperienza di vita da adulta in Italia l’ho avuta qualche anno fa, ed è stata una sensazione molto particolare. Se da un lato sono italiana, con tutta la mia cultura, passato e attaccamento al paese, ho sviluppato una dimensione estremamente e internazionale. Qualche volta mi sento un po’ come una straniera a casa sua. Lo so, è un po’ strano, ma forse neppure tanto, in quanto penso che sia una sensazione condivisa da molti di coloro che vivono soprattutto all’estero.
Per rispondere alla sua domanda su che cosa mi abbia portato questa vita all’estero, rispetto alla vita che avrei potuto continuare ad avere in Italia e che posso paragonare con delle persone che ritrovo in questo periodo è sicuramente una forma di creatività e apertura mentale un po’ più agile di quella che avrei avuto in Italia. Questo è il tratto che ho sviluppato di più, in tutti i casi, in Francia. Adesso, ritornando in Italia, a volte mi sento un po’ stretta in questo discorso di innovazione, soprattutto perché trovo molti più vincoli rispetto a quelli che ho conosciuto in Francia e nei paesi anglosassoni, dovuti alla burocrazia, ad una pesantezza dell’amministrazione, ad un modo di pensare imprigionato ancora in una visione gerarchica del management. Noto che una cosa che ho potuto portare alle organizzazioni che ho diretto in Italia è uscire da questo timore dovuto alla paura di aspettare consensi dall’alto. Quello che ho voluto dimostrare loro è che talvolta si può essere più intraprendenti individualmente e a volte anche rischiare. È un paradosso che mi sorprende. In realtà, quando si guarda il tessuto economico italiano ci si accorge di come sia caratterizzato da piccole e medie imprese, da tutto il genio creativo che viene da millenni di storia e cultura italiana. Tutto a un tratto succede però che questo genio o è riacquistato dagli stranieri o si insabbia lasciando l’impresa nella sua condizione di impresa di provincia che non riesce a prendere le ali per diventare un po’ più internazionale. Dopo riflessione sono giunta alla conclusione che ci sia uno sbilanciamento enorme fra potenzialità creativa, genialità e intraprendenza, che si paralizza quasi che non si credesse che si possa andare fino fondo nel proprio sogno. In Francia e in America dove ogni idea può diventare un progetto è tutto più facile.

La sua attività si svolge pressoché tutta nel mondo dei beni materiali: più precisamente in quello del lusso. Come ci è arrivata?

Ai miei tempi, quando ho iniziato a lavorare nel lusso, più di 30 anni fa, non c’era realmente un percorso accademico che portasse al lusso. Non c’era una formazione che indirizzasse specificamente a lavorare per i marchi di lusso. Molto spesso era una forma di coabitazione fra un’esperienza personale che era stata sviluppata attraverso anni di vicinanza con questo mondo e un marketing molto più intuitivo e creativo rispetto il marketing più razionale dei beni di consumo. Devo dire che forse ho avuto già dall’inizio della mia carriera un’affinità molto forte con il mondo del lusso: un’affinità personale che mi ha permesso di avvicinarmi e sentirmi a mio agio dentro questo mondo. Un mondo che necessita di un pensiero astratto e concettuale molto sviluppato e la capacità di curare il minimo dettaglio. Il lusso infatti è una somma di piccoli dettagli, un’esigenza di gusto e di eccellenza qualitativa. Questi concetti li ho da subito sentiti miei. Il primissimo gradino di questa esperienza è stato entrare in L’Oréal dove ho iniziato a lavorare per marchi cosmetici di lusso: Giorgio Armani Parfum, Helena Rubinstein, Lancôme. Lì ho potuto mettere in pratica questa intuizione. Oggi è diverso: ci sono dei master, dei percorsi accademici molto più formali, dove si imparano queste cose ma devo dire che vedo ancora quanto l’esperienza e la cultura personale siano sempre molto importante in questo mondo.

Lei ha attraversato questo mondo toccando settori, dai cosmetici ai profumi, dall’champagne ai gioielli, accomunati dall’esclusività. Come s’intrecciano fra loro? C’è una strategia manageriale, un filo conduttore?

Penso, e non vorrei sembrare troppo drammatica in questo pensiero, che nel lusso ci sia una parte di metafisica, qualcosa di abbastanza misterioso che necessita di essere capito al di là della ragione, perché, altrimenti, non ci sarebbe alcun motivo per spendere soldi in oggetti superflui. Se si guarda con l’occhio che vede cosa spinge l’umanità a elevarsi, aspirare al meglio sempre, a una qualità superiore, al comfort, al piacere, al sogno, si comprende che tutto questo caratterizza la dinamica del lusso. Che siano champagne, cosmesi, profumi, quando si tratta di ricompensarsi, di farsi un piacere e coccolarsi con un prodotto che porta a una dimensione extra ordinaria, fuori dal consumo quotidiano, che non riempie una funzione semplicemente tecnicamente pratica ma porta nel piacere molto più impalpabile, allora si tratta di lusso. Nel mondo del pensiero strategico è impressionante come si possa mentalmente fare astrazione dal prodotto e pensare semplicemente alla dimensione dell’edonismo, della ricompensa del proprio sforzo che può derivare in questa relazione con il lusso. Per cui, aprire una bottiglia di champagne per celebrare un evento, comprarsi un rossetto o profumo per sentirsi bella o profumata, offrire un gioiello o acquistarlo per sé, sono azione che seguono la stessa dinamica. Il lavoro del management del lusso poggia su due grandi pilastri: creatività e innovazione di un pensiero estremamente esigente nel team e nel management, riuscendo a fare in modo che i marchi evochino sogno o eccezionalità.

Questo è il suo modo di concepire il lusso. C’è stata però, nel corso degli anni, un’evoluzione del modo di concepire il lusso.

Sicuramente qualcosa è cambiato: il modo di percepire ciò che è lusso e ciò che non lo è rispetto anche alla cultura e all’emancipazione, non solo femminile ma dell’essere umano. Io sono dell’idea che l’umanità si muova ciclicamente in un moto perpetuo, e ogni ciclo venga battezzato con un nomignolo diverso che gli esperti di marketing inventano. Adesso si parla di millennial, qualche tempo fa si parlava di generazione X poi dei baby boomers etc. L’uomo è sempre lo stesso più o meno, ha sempre motivazioni fondamentali che lo spingono e che sono ancora una volta da trovare negli scritti dei filosofi e dei saggi. A un certo punto c’è il bene e il male, c’è il desiderio e la ragione, il brutto e bello e si oscilla sempre in questi campi. Queste ragioni sono sempre supportate da motivazioni fondamentalmente umane; in tutto ciò che l’umanità ha di piccolo, di peggiorativo: il desiderio di apparire, mostrare, il narcisismo, mostrare il proprio successo e aggiungere a sé stesso un badge che urli: ho guadagnato soldi, sono diventato una persona importante.
Possiamo definire queste pulsioni in diversi modi, ma alla fine sono sempre le stesse cose. La relazione, il consumo del lusso ha una motivazione universale trasversale e temporale simile secondo tutti i continenti e i tempi, le epoche. È ovvio che il profitto può cambiare, così come il consumo del lusso.
All’inizio del XX secolo, lusso significava viaggi transcontinentali su enormi transatlantici, fare la stagione fra il cricket, polo, i balli e l’opera. Si trattava per gli aristocratici, rinchiusi nei loro castelli nei vari territori, di ricongiungersi nelle grandi citta (Parigi, Londra, etc.) e far mostra della loro ricchezza in situazioni ben precise come teatro, opera e ristoranti. Poi un po’ più tardi c’è stato il lusso declinato con prodotti di qualità superiore.
Oggi ci sono persone per cui il lusso è spegnere il telefono per due ore senza essere disturbate. Il valore che si dà al lusso è molto soggettivo. Se si cerca bene però c’è sempre una nozione di uscita dall’ordinario o da una condizione attuale per andare in un’altra.
È importante parlare dei millennial, per coglier il senso attuale di lusso. Hanno due caratteristiche diverse rispetto forse alle generazioni precedenti, ognuna con le sue caratteristiche intrinseche. Per prima cosa, sono il frutto di una generazione che ha guadagnato molto rapidamente tantissimi soldi, per cui hanno un accesso al bene materiale che è altissimo, soprattutto fra i cinesi e gli asiatici, perché c’è una politica di risparmio molto alta, e, nei confronti del guadagno, non c’è un rapporto giudeo-cristiano come fra noi occidentali. Loro possono spendere già da molto più giovani, senza la preoccupazione della meritocrazia che ci è stata inculcata che ci induce pensare che possiamo regalarci qualcosa quando l’abbiamo meritata. Questa nuova generazione non ha questa dimensione di morale.
Inoltre ed è questa la seconda caratteristica che li distingue, sono in costante connessione digitale, che amplifica la capacità di influenzare propria di colui che può vantare riuscita personale, successo, bellezza, e che induce ad emulazione: ad essere come lui a comprare come lui.
Non mi sembrano rivoluzioni socioculturali meritevoli di chissà quali analisi. Capisco che ora si tenda a soddisfare questo gruppo di consumatori, che è abbastanza circoscritto, sviluppare specifici prodotti, rimango, però, persuasa che malgrado tutto anche in queste generazioni il fascino della qualità e dell’esclusivo sia sempre una motivazione fondamentale. Altrimenti non si capirebbe la passione per il food in questo periodo. Giovanissimi che guardano Masterchef e hanno voglia di mangiare cose buone. Anche questo è un modo per ricompensarsi e gratificarsi.

Pertanto, ancor di più in tempi di crisi, il lusso è un modo di uscire dalla quotidianità e ambire ad una ricompensa…

…forse dico una banalità, ma in periodi di grave crisi economica si notava che gli acquisti di rossetti erano altissimi, perché qualsiasi donna in un attimo di sconforto, di economia domestica difficile, acquistando quel packaging carino e quell’oggetto di lusso accessibile con qualche decina di euro ridava nuova luce al proprio volto. Sì, credo che soprattutto in periodi di crisi il lusso sia una modalità per uscire dalla quotidianità. In certe culture e certe parti del mondo certe consumatrici fanno gli sforzi eccezionali solo per potere accedere a degli oggetti come una borsa o altro un accessorio, che, in un particolare momento della loro vita, sottolinea un risultato, un personale successo. Ovvio, è una soddisfazione che si materializza ma assume un significato che va al di là dell’oggetto materiale, diventa un simbolo, come lo erano un tempo le corone e gli scettri per gli aristocratici che così significavano al popolo la loro superiorità. In determinati momenti della storia per una parte dalla middle class giapponese, potere mettere sul tavolo di un ristorante, sulla scrivania di un ufficio, una borsa di un certo designer rappresentava molto dipiù del valore intrinseco alla borsa, voleva dire “io sono quella che si è avvicinata al mondo esclusivo, quasi sacro”.

Il gioiello, lo dice la parola, porta con sé gioia, ma cos’altro rappresenta nel lusso?

Un passaporto che assicura all’umano il passaggio verso l’eternità. Il gioiello è eterno. Qualsiasi altro prodotto di lusso ha una fine. In Cina e in Giappone ci sono incensi costosi e di qualità, ma in dieci minuti sfumano, cosi come una bottiglia di vino. Il gioiello è materialmente incarnato in queste due o tre materie prime che sono oro e pietre, qui per sempre, perché indistruttibili. Ci sono superano: ci saranno quando noi saremo scomparsi. Questo impone al gioielliere una certa umiltà: li produce, li immagine e li trasmette ad una lunga serie di generazioni. C’è nel gioielliere la responsabilità di creare qualcosa che non è destinato ad un consumo effimero e immediato.
Mi sono sempre chiesta per quale motivo l’essere umano, fin dall’antichità, sia sempre stato attirato da tutto ciò che luccica o brilla. Oggi parliamo di un diamante, ma in passato un gioiello era una conchiglia, uno specchietto, ossia tutto ciò che potesse avere una valenza di ‘rarità’. Ancora più impressionante è il fatto che l’occhio umano è preparato a riconoscere la veridicità e le sfaccettature di colore di tutte le pietre in maniera molto più sofisticata degli apparecchi tecnici.
Nel mio mestiere è affascinante vedere e poter toccare con occhio -io stessa-e riuscire a capire tramite il confronto quale sia la pietra migliore. Questo rimane per me un vero mistero: una cosa che tocca una dimensione incomprensibile di noi stessi.

Nel mondo dei gioielli come si distingue ‘Pomellato?’

Attraverso tre parole: italiano, milanese e cinquantenne. Con un tratto di artigianalità di oreficeria rigorosamente manuale. Sono questi elementi che ci hanno permesso di costruire tutto l’edificio e la cifra distintiva di questo marchio.
L’estetica, la creatività italiana e il Made in Italy sono una garanzia di stile, di gusto, di eleganza e di creatività molto vivace e brillante.
Il fatto che sia milanese, conferisce una sfaccettatura molto particolare, perché la ‘milanesità’ si traduce in una vicinanza molto forte con l’architettura, il design, l’industria e con un mondo meno esuberante e più austero rispetto ad altre realtà italiane.
50 anni di storia sono importanti perché questo marchio è nato nel 1967, in un anno ‘cerniera’ per l’Italia, l’Europa e per il mondo in generale, che coincide con il superamento di quella che potremmo definire una specie di dittatura della borghesia.
Il fondatore Pino Rabolini l’ha capito prima di tutti e ha deciso di creare un gioiello prèt a porter, che era molto più quotidiano, convenzionale e che permetteva alla donna autonoma di indossarlo in tutte le occasioni.
Ci sentiamo molto vicini a questo periodo di cambiamento, perché ancora una volta secondo me la ciclicità e la nemesi storica ci riporta sempre gli stessi temi. In questi giorni si parla di ’Me too’, di una problematica che sembrava risolta attraverso una presunta uguaglianza di opportunità delle donne rispetto agli uomini.
Noi rimaniamo nel nostro microcosmo europeo, scordando che oggi il 70% delle donne nel mondo sono ancora sottomesse a delle regole che limitano la loro libertà. Pomellato, sviluppando anche una serie di attività proprio di prossimità, si sente molto vicino alle donne vittime di violenza domestica. In azienda sono molto attenta ad un management che garantisca a tutti i livelli pari opportunità tra uomini e donne.
L’artigianalità è un altro dei tratti caratteristici di Pomellato, perché abbiamo 100 maestri orafi a Milano, che rappresentano una delle eccellenze della manodopera del settore, perché sono da noi da 10 anni e hanno un livello di qualità, formazione e capacità eccelsa.
Tutti i gioielli sono finiti a mano ed ancora creati e sviluppati con le tecniche ancestrali di gioielleria: la fusione a cera persa, l’incassatura, la battitura.
E anche questo dà all’occhio umano la capacità di vedere la differenza tra qualcosa di qualitativamente superiore a qualcosa di più industriale. Tutto ciò si può notare in tutti i dettagli del nostro gioiello.

Come si coniuga l’innovazione con l’aspetto artigianale?

Si associa molto bene perché un’organizzazione statica è destinata a morire. Nel nostro campo invece ci sono state delle scoperte innovative. Ci avvaliamo di nuovi materiali come il titanio, la ceramica, nuove leghe molto diverse e soprattutto, adesso, con la rivoluzione del mondo della fisiochimica ci sono delle pietre di sintesi che sono molto interessanti.
Il nostro scopo in Pomellato è quello di stabilire una tensione molto produttiva e forte tra il savoir faire, la tradizione dell’artigianato con l’innovazione e l’avanzata della tecnologia
Questo bilanciamento ci permette di non essere circoscritti ad una sola forma di espressione. La creatività di un individuo permette di creare un gioiello unico che sarà il risultato della capacità di associare delle forme e delle emozioni con delle materie prime, in un oggetto piccolissimo come può essere un anello.
Noi abbiamo un direttore della creazione, Vincenzo Castaldo, che è colui che mantiene la creatività del marchio sempre accesa con ricerche, creazioni che sono frutto di un pensiero collettivo. Abbiamo molti scambi, analisi delle tendenze e di tutti i temi cari: codici, simboli di Pomellato. C’è sempre un momento di connubio tra una pietra o un colore particolare che dà vita a una creazione. È spesso la pietra che crea ispirazione.

Come si può coniugare quella che è una esperienza d’acquisto diretta in un negozio, dove si può vedere toccare e provare un gioiello, con la vendita online?

In un modo complementare, perché, fino ad oggi, per noi il punto vendita fisico rimane un luogo di esperienza e di sperimentazione che online non riesce ancora per il momento a sostituire.
Per cui ci sono spesso delle dinamiche che comprendono prima l’esperienza fisica in negozio e successivamente l’acquisto online, per questioni di praticità. Oppure in altri casi l’acquisto è già premeditato perché si conosce il prodotto.
Però possiamo affermare che, al momento, la percentuale di acquisto esclusivo online, senza la complementarietà dell’esperienza nel punto vendita fisico, è ancora molto bassa.
Per noi è molto importante il retail, per continuare a far progredire questo pensiero sul luogo di vendita, che deve essere molto particolare, diverso, eccitante, magari poco funzionale ma molto più emotivo.

Come si combinano i tratti, italianità, milanesità artigianalità, che caratterizzano la storia del brand con Kering, pertanto all’interno di una struttura e di un mondo che comprende tanti altri marchi?

Il gruppo Kering è indiscutibilmente un pure player del lusso, con portafoglio marchi tutti di lusso, con connotati di moda più che gioielleria. Sono due universi diversi soprattutto in relazione al tempo e allo sviluppo dei prodotti, ma anche la frequentazione dei negozi è diversa nei due campi. Però i grandi principi strategici del lusso si applicano a tutto il portafoglio.
Io direi che la particolarità unica del gruppo Kering, deriva da diversi fattori.
Per prima cosa dai valori personali della famiglia Pinault i cui componenti hanno una visione della vita che è molto impregnata di umanità, di etica, di senso dell’empatia e dell’ascolto e tra tutti questi valori c’è quello dell’imprenditorialità e della responsabilizzazione. Un modello organizzativo che non è assolutamente piramidale, ma al contrario è una collezione di società che hanno tutte la loro autonomia, la loro indipendenza e la loro alta responsabilità di portare risultati definiti
Il CEO di ogni maison ha una precisa latitudine nel suo universo, rispetto alla sua competenza e professionalità di portare avanti un certo numero di strategie che sono condivise, ma punto sottomesse a una scala di gerarchie pesantissime che decidono per lui.
L’altro elemento molto importante è quello di un lusso che è molto integrato in un life style molto contemporaneo. Nel gruppo Kering c’è un altissimo livello di volontà di rinnovare il pensiero del lusso, della leadership, della capacità di influenzare. Per integrare sempre in queste riflessioni, un’intuizione su quello che sta succedendo fuori e soprattutto rifiutarsi di cristallizzarsi, insabbiarsi su una visione un po’ troppo dogmatica o anche autoreferenziale del lusso dei marchi.
Per tanti anni si è parlato del fatto che il lusso deve portare avanti il DNA dei marchi, alcune volte ci si accorge che questo è molto limitativo.
Kering è molto più specifico come filosofia rispetto ad altri gruppi, credo che in tutti i casi sia uno stimolo lavorare in un gruppo dove il presidente ha come volontà strategica, fondamentale, quella di sviluppare due poli molto importanti: uno è la responsabilità mentale, l’altro, avere a cuore la problematica delle donne. Che non è solo un wishful thinking del pensiero, ma è un vero impegno, che si riscontra anche nei rapporti interpersonali improntati al sostegno, alla fiducia, ad trattamento estremamente etico ed ugualitario.

Quindi Il fatto di confluire all’interno di un gruppo così importante non è solo una questione legata alla solidità finanziaria; dietro c`ü una sorta di affinità che passa attraverso una filosofia, un modo di concepire….

… non è un caso che, quando il gruppo Pomellato ha deciso di cercare sul mercato l’eventualità di essere acquisito da un altro gruppo, il deal si è fatto con un gruppo che aveva delle affinità elettive, morali, di rappresentazione di un futuro per questo marchio, che potessero coincidere con quelle di Pomellato.
Anche nel lusso c’è una dimensione di pazienza. L’artigianalità necessita pazienza, il rispetto del tempo, della natura e dei cicli.
Anche in questa dimensione ci sono marchi che hanno un destino sul loro mercato, di occupare nella loro industria di referenza dei posizionamenti e delle vocazioni diversificate. È possibile per taluni avere una posizione di rilievo, ma per altri sarebbe ridicolo spronarli ad arrivare in pole position quando non ne hanno il potenziale. Tanto vale operare per migliorare la propria posizione, prendendo il tempo che ci vuole per arrivare allo step successivo. Un modo di procedere che trovo, non solo piacevole, ma anche raro, perché permette di programmare e gestire con una libertà intellettuale e mentale molto più grande e, con serenità, sviluppare capacità di anticipare senza mai avere l’acqua alla gola che, alla fine, fa commettere solo errori.

Lascia un commento

X

Newletter - La Rivista