Intervista con Silvio Mignano ambasciatore d’Italia in Svizzera

“L’Italia ha sempre avuto una forza straordinaria, che a volte sottovalutiamo”

Le credenziali le ha presentate solamente lo scorso 25 giugno. Con cortesia si è ritagliato il tempo per un’intervista, che, naturalmente, non può essere una sorta di entrata in materia. Solo un modo, direi, per avvicinare l’ambasciatore e scoprire qualcosa dell’uomo.

Lei era atteso già da qualche mese. Le credenziali le ha potute presentare a Berna solamente lo scorso 25 giugno. Un ritardo da ricondurre anche alla difficile situazione in Venezuela dove lei era Ambasciatore?

Certo, e colgo l’occasione per chiarire che il ritardo non era dovuto a nulla che avesse riferimento con la Svizzera. Ovviamente, è anche difficile per me parlare della situazione in Venezuela e dei suoi ultimi sviluppi, per correttezza professionale, per delicatezza e per il rispetto che devo al mio successore. Non c’è peraltro dubbio che vi sia stata a Roma una serie di riflessioni che hanno portato a qualche settimana di ritardo nel mio arrivo a Berna. Per fortuna a Caracas è arrivato in contemporanea il mio successore, che è un funzionario esperto e molto valido, che viene da precedenti incarichi di ambasciatore a Panama e in Bolivia e che ha assolutamente il grado, l’anzianità, il prestigio per rivestire le stesse funzioni in Venezuela. Tuttavia, esclusivamente per motivi di scelta politica, sui quali non mi dilungo, ricopre per ora le funzioni di incaricato d’affari. Certamente il mio ultimo periodo di permanenza in Venezuela è stato molto delicato, anche per la presenza di una vasta comunità italiana: circa 150 mila connazionali di passaporto, ma molti di più se consideriamo anche i discendenti, dei quali è perfino difficile valutare il numero, anche se qualcuno azzarda la cifra di un milione. I nostri connazionali hanno condiviso e condividono le stesse difficoltà del resto della popolazione e richiedono un’attenzione molto particolare da parte sia del Governo sia di chi lo rappresenta a Caracas.

Da parte di alcuni esponenti della collettività italiana che là risiede, ma dai colleghi giornalisti come Mauro Bafile, che lei conosce molto bene, oltre che dai media stessi che in Occidente sono rimbalzate immagini e testimonianze di situazioni drammatiche?

Certamente, ed è inutile negarlo. Non parlo naturalmente di me, ho molto pudore nel distinguere la posizione di un diplomatico da quella degli altri cittadini italiani, e non solo, che vivono in Venezuela. Ancora una volta, non voglio entrare in giudizi politici perché non posso, ma senz’altro è una situazione estremamente difficile, quella che vivono oggi gli italiani e gli altri abitanti del Venezuela.

Veniamo alla Svizzera. Per lei non è certo una novità. Qui è stato Console Generale fra il 2004 e 2007.

Sì, esatto, a Basilea.

Ci ritorna a distanza di 12 anni con un nuovo incarico, che non le è nuovo visto che ambasciatore lo è già stato in Bolivia e in Venezuela appunto. Da console ad ambasciatore quale sono le differenze?

Le differenze sono notevoli. Però posso dire che nel caso della Svizzera la presenza di una comunità italiana così grande – la terza al mondo dopo quelle che risiedono in Argentina e in Germania – fa sì che le questioni consolari in senso lato siano fondamentali anche per un ambasciatore. Naturalmente contiamo sui Consolati Generali a Zurigo, a Lugano e a Ginevra e sul Consolato a Basilea, oltre che sulla Cancelleria consolare a Berna, e vi sono i rispettivi consoli e consoli generali che seguono direttamente e molto bene la materia, ma è altrettanto naturale che un ambasciatore non possa non interessarsene quando si trova a lavorare in una sede com’è quella svizzera. Quindi, da questo punto di vista, trovo molte analogie con la mia esperienza precedente a Basilea, pur con le ovvie differenze.

Ha già avuto modo di rendersi conto quali saranno, se non i problemi, le tematiche con cui si troverà a confrontarsi? Ha già una sua scaletta di priorità?

È presto per me per poter dare una risposta esaustiva, ma direi che ci sono quattro o cinque aree prioritarie. Alcune sono dettate dai tempi, e non è certo un mistero che una di esse riguardi la questione del negoziato fra l’Unione Europea e la Confederazione Elvetica, che anche l’Italia, come membro importante dell’Unione Europea e come stato confinante con la Svizzera dovrà seguire con grande attenzione. Non è neppure un mistero che altri temi fondamentali siano oggi l’accordo sui lavoratori transfrontalieri e la questione di Campione. Vi sono poi, ancora una volta, le tematiche consolari. Mi ha colpito molto il fatto che la comunità italiana sia nuovamente in crescita. Probabilmente quando sono arrivato, nel 2004, era un momento di stabilità dal punto di vista numerico. Oggi, invece assistiamo ad una crescita notevole della nostra presenza che ormai sfiora le 640 mila unità, alle quali vanno aggiunti almeno 65 mila frontalieri. Questo è un elemento fondamentale che detterà le priorità del mio lavoro. Altre tematiche saranno indicate poi dalla Farnesina e dal Governo, com’è giusto che sia. Aggiungo il costante impegno sull’interscambio commerciale, sugli investimenti, sulla promozione della lingua e della cultura italiana, che sono fondamentali in un Paese a noi vicino e tanto amico com’è la Svizzera per l’Italia.

A proposito dei frontalieri, una notizia di ieri (26 giugno – ndr) è che il Canton Ticino ha deciso di riversare quasi l’intera somma relativa al ristorno, previsto dall’accordo ancora in vigore, della quota d’imposte alla fonte spettante ai comuni italiani di frontiera, trattenendo, però, una piccola parte (poco meno di 4 milioni di franchi) a copertura dei debiti che Campione ha verso la Svizzera. Lei ha avuto modo di confrontarsi con questa situazione?

È ancora prematuro parlarne. Certamente è un tema delicato, che affronterò naturalmente anche con le indicazioni del Governo italiano.

Ha già trovato il tempo incontrare esponenti della comunità italiana, numerosa e in buona parte ben integrata nel Paese?

Sì, informalmente, ma in modo comunque serio. Vi sono organismi di rappresentanza molto importanti. Primo fra tutti, quello comunemente definito Intercomites, che riunisce i presidenti dei Comites ed i consiglieri del Cgie, esteso ai consoli generali e, ove possano intervenire, ai parlamentari italiani e agli altri esponenti del «sistema Italia». È un incontro che non ha ancora avuto luogo perché, com’è comprensibile, il mio arrivo è troppo recente. Ma ho avuto già alcuni incontri informali soprattutto con membri del Cgie e con rappresentanti di alcuni Comites, e continuerò ad averli nei prossimi giorni. Sono contatti per me molto importanti.

A proposito dell’interscambio commerciale fra Italia e Svizzera, che sappiamo essere molto rilevante, da parte di questa ambasciata, negli ultimi tempi, si è cercato di assumere un ruolo di coordinamento dei vari soggetti attivi in questo settore. Lei pensa di continuare su questa strada?

Certo, è importantissimo. Il nostro governo ha sempre incoraggiato questa forma di coordinamento. Non è solo un dovere, ma direi un’esigenza; quindi, insieme ai miei colleghi e collaboratori, che sono davvero validissimi, lo continueremo a fare. Anche con tutti i soggetti istituzionali, ovviamente l’Istituto del Commercio Estero, la Camera di Commercio e, ancora una volta, gli istituti rappresentativi della comunità italiana, le imprese, lo stesso Istituto Italiano di Cultura, perché la cultura è anche uno strumento di promozione dell’economia di un Paese e di tutti i soggetti pubblici e privati. Credo sia importantissimo coordinarci. L’Italia ha sempre avuto una forza straordinaria, che a volte sottovalutiamo. Storicamente ha sempre avuto difficoltà nel coordinare le proprie forze, nel trovare, un cammino comune tra i vari soggetti brillanti e attivissimi che la compongono, ma ho visto che negli ultimi anni c’è un maggior sforzo per garantire questo coordinamento. Progressi molto importanti in questa direzione sono stati fatti e vanno intensificati.

Visto dall’esterno, talvolta si ha la percezione che la volontà dichiarata di “fare sistema” e quella di mettere, effettivamente, in campo un «sistema Italia» che raggiunga gli obiettivi ai quali faceva riferimento, sia semplicemente una pia aspirazione. Spesso sembra che queste strutture tra loro non siano complementari ma competitive. È un rischio effettivo?

Si. Ma da quello che ho visto, mi sembra che in Svizzera le cose funzionino bene. Dovrò giudicarlo con il tempo, ma il rischio c’è sempre e, se vogliamo, è anche figlio di un’eredità storica importante. Abbiamo in Italia tante forze vivaci, entusiaste, che a volte inevitabilmente possono avere la tentazione di correre ognuna per proprio conto. Questo fa anche parte della storia del Paese e se vogliamo è anche una nostra straordinaria ricchezza. Altri Paesi magari hanno una minor pluralità di soggetti e, gioco forza, hanno sviluppato una grande capacità di centralizzare le decisioni. Noi, storicamente, abbiamo sempre avuto una diversificazione dei centri di interesse. Basti pensare allo sviluppo della penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e fino all’Unità, che è stato caratterizzato da una molteplicità di soggetti autonomi, spesso indipendenti e sovrani, che hanno favorito il sorgere della straordinaria ricchezza culturale italiana. Se oggi abbiamo nel nostro territorio il maggior numero di siti di interesse culturale certificati dall’UNESCO è anche perché abbiamo avuto nei secoli decine se non centinaia di capitali, che sviluppavano ciascuna la propria cultura, le proprie opere d’arte, le cattedrali, la letteratura, la musica. È chiaro che tutto questo in un mondo complesso e competitivo come quello attuale non può più funzionare, e noi italiani per fortuna ce ne siamo accorti e abbiamo progressivamente migliorato la nostra capacità organizzativa. La recente vittoria nella scelta della sede della Olimpiadi Invernali del 2026 è una dimostrazione di quanto, alla fine, gli italiani sappiano agire insieme, fare sistema e ottenere risultati straordinari.

Mettiamo da parte il ruolo di ambasciatore. Lei si dedica con passione, mi pare di poter dire, anche alla scrittura. Ha pubblicato diversi libri con riconoscimento e successo di critica oltre che di pubblico.

È sempre stata una dimensione fondamentale per me, che ho sviluppato prima di entrare nella diplomazia. Fin da ragazzo ho sempre avvertito questa tensione interna molto forte.

Anche suo padre era scrittore.

Sì, e, quindi, per me era in qualche modo persino inimmaginabile pensare ad una vita che escludesse quella sfera. È un’urgenza interiore insopprimibile. Poi, naturalmente, le esigenze professionali, il lavoro così complesso e delicato come quello che mi è toccato fare, a volte finiscono per comprimere il tempo; però io cerco sempre di ricavarlo. Per fortuna dormo poco e quindi riesco a ritagliare degli spazi non amplissimi, ma regolari. Scrittori molto più importanti di me in passato hanno detto che il talento non basta e che la scrittura dev’essere coltivata e richiede molta più regolarità di quanto si pensi. Nel mio caso, poter disporre di tempi non molto ampi ma almeno costanti e regolari aiuta a continuare a scrivere.

Oltre la scrittura anche la pittura.

Sì, che coltivo un po’ più come una cosa mia, senza avere la presunzione di farne più di una passione privata. Ho molto rispetto per il mondo dell’arte contemporanea, che oggi è a mio avviso molto più difficile rispetto a quanto avvenisse in passato. Consideriamo quel momento a metà del XIX secolo nel quale irrompe la fotografia: da allora succede che la riproduzione della natura non basta più a fare opera d’arte, perché qualsiasi bambino con una macchina fotografica può riprodurre la realtà con risultati superiori a quelli di un Caravaggio. Quindi, l’arte a partire da quel momento richiede soprattutto una progettualità che, a sua volta, necessita di molto tempo e di un impegno rigoroso e costante. Una persona che è in grado disegnare perfettamente un volto umano oggi non è più automaticamente un artista, anche perché, con la diffusione della cultura e con il miglioramento delle condizioni di vita, il numero di persone in grado di farlo è infinitamente superiore a quello che poteva esservi in qualsiasi altro momento della storia. Francamente non ho avuto oltre a tutto il resto anche il tempo di lanciarmi in una così complessa progettualità.

Ho visto che lei riesce a coniugare la pittura, il tratto del disegno con i social media. I suoi messaggi su Twitter sono generalmente …

Questo è più un vezzo mattutino. Sono vignette molto piccole che da quattro, cinque anni ogni giorno pubblico su Facebook, Instagram e Twitter: una al giorno. È un gioco mio, un divertissement che provoca tentativi di interpretazione che, confesso, talvolta mi fanno sorridere, perché sono delle intuizioni immediate che non vogliono significare più di quello che sono.

Ne deduco che il suo rapporto con i social media sia molto dinamico.

Sì, li frequento, li leggo e faccio molta attenzione anche per il ruolo che rivesto. Credo che non si tratti di autocensura, ma di rispetto, perché io rappresento uno stato, ne rappresento tutte le componenti e rappresento anche, nel Paese in cui mi trovo, tutti i connazionali che hanno, giustamente, idee ed orientamenti diversi. Quindi, devo fare molta attenzione al pensiero che esprimo pubblicamente. Ho le mie idee, le mie convinzioni, e le faccio valere nelle sedi opportune, la prima delle quali è il voto: come qualsiasi cittadino faccio le mie scelte, ma preferisco che non emergano troppo all’esterno per non finire per rappresentare solo una parte della cittadinanza. Non sarebbe giusto.

Per finire, ci confida cosa c’è nella sua agenda immediata?

Cercare di visitare le città della Svizzera, incontrare le autorità, incontrare i colleghi diplomatici ed incontrare, soprattutto, gli italiani.

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