La Grande Guerra in cucina

Quel povero cibo portato in trincea

La ricorrenza del centesimo anniversario della fine del primo conflitto mondiale è stato ed è ancora oggetto in tutta Italia di commemorazioni e celebrazioni di ogni tipo: conferenze, convegni, pubblicazioni, parate militari, produzioni multimediali, cicli cinematografici e concerti. La memoria storica delle sofferenze e dei drammi causati dalla Prima Guerra Mondiale, ha un fortissimo legame con gli Italiani specie nel Friuli e nel Veneto orientale dopo la disfatta di Caporetto (La più grande sconfitta mai subita dall’esercito italiano) che iniziò all’alba del 24 ottobre 1917, quando tonnellate di gas tossici e proiettili di artiglieria iniziarono a cadere sulle linee avanzate difese dall’esercito italiano, vicino al paese di Caporetto, oggi in Slovenia, costringendolo a ritirarsi fin sulle le rive del Piave

 Il Fiume Sacro alla Patria

A Caporetto si perse una battaglia, non la Guerra!”, racconta ancora oggi qualche storico. La battaglia finale si giocò nell’ottobre del 1918 sulle due rive del Piave. Pochi luoghi hanno un potere evocativo come le rive di questo fiume. Spesso, quando si trova nel Veneto, transitando su uno dei ponti che lo attraversano, al viaggiatore goloso, s’impongono alla vista, i segni della memoria collettiva: il cartello con la fatidica frase “Fiume tanto Sacro alla Patria”; il Museo del Piave o il Sacrario Militare della Grande Guerra 1915-1918 con la sua bandiera tricolore che sempre sventola in prossimità di questi paesi o luoghi come Vittorio Veneto, Belluno e Asiago, dove si svolsero le tre definitive e poderose battaglie fra le due sponde del fiume che portò, con la Battaglia di Vittorio Veneto, il 30 ottobre l’esercito italiano alla Vittoria finale.

Il Cibo: un linguaggio per raccontare la Grande Guerra

Racconta Nicola Dallo, giovane studente di Informatica presso l’Istituto Industriale di Belluno, ricercatore e collezionista per passione di reperti bellici e storici, riguardanti la Prima Guerra Mondiale, che ha fatto da guida al viaggiatore goloso fra luoghi e Musei, che uno dei grandi problemi durante la Grande Guerra fu quello dell’alimentazione sia per la popolazione civile che per i militari. “È bene ha fatto – mi racconta Nicola mentre mi mostra una gamella e alcuni cucchiai della sua collezione privata – a distanza di cento anni, la Città di Vittorio Veneto a valorizzare la ricorrenza con una proposta coerente con il clima che vive la città: Incoraggiando un gruppo di ristoratori di proporre dei menù ispirati agli ingredienti usati dai diversi eserciti coinvolti nel conflitto. È questo un modo insolito – ha concluso il giovane storico nella sua casa di Anzaven (Belluno) per “sperimentare” la storia; un diverso linguaggio per raccontare il cibo (la fame!) della Grande Guerra”.

 La cucina in Trincea

Chi come il viaggiatore goloso che ha scelto di “assaggiare la storia”, e insieme alla sua giovane guida, ha partecipato piacevolmente ai diversi eventi culinari proposti dalle città di Vittorio Veneto, Belluno e Asiago, è venuto a conoscenza di quanto la Mensa del Reggimento, La Cucina in trincea, il Rancio dei soldati servito in Gavette, fossero di pessima qualità. Ovviamente senza nessuna sorpresa.

D’altra parte, le battaglie, la militarizzazione dei territori e le razzie provocavano devastazioni nei raccolti e lo svuotamento dei magazzini. Le famiglie nelle retrovie furono vittime di carestie e di malattie dovute a carenze alimentari gravi (come la pellagra, non avendo nient’altro da mangiare che solo polenta tre volte al giorno), mentre il rancio dei soldati diventava più esiguo e scadente. La scarsa qualità era dovuta, non solo alla carenza di ingredienti di base ricchi di vitamine e proteine (mancavano frutta e verdure), ma anche alla scelta obbligata di cucinare i pasti nelle retrovie e trasportarli – una sola volta – durante la notte verso le linee avanzate. Così facendo, quando, nel periodo autunno-inverno, la temperatura, in trincea scendeva anche ai 15 -20 gradi sotto zero, la pasta o il riso contenuti in enormi pentoloni arrivavano in trincea come blocchi collosi, il brodo gelato, il pane duro, tanto da non poterlo tagliare neanche a martellate.

Ogni fante aveva diritto giornalmente solo a 250 g di pane, 100 di pasta, 100 di carne e a qualche scatoletta di latta contenente un “Antipasto Finissimo Trento e Trieste” o “Le Alici sott’olio della Savoia”. E quando la sera prima, veniva distribuita qualche bottiglia di pessima grappa – definita in trincea il Motore della Guerra – era perché qualcuno nella Alte Sfere del Comando, aveva deciso che all’indomani mattina all’alba, bisognava uscire dalla trincea, sferrare l’attacco e cercare di sfondare la linea nemica, (anche quando le perdite erano altissime), per costringere gli austriaci a ritirarsi. E come se non bastasse, dopo la sconfitta di Caporetto, per punizione, arrivò anche il razionamento. Perché, come ebbe a dire Nicola al viaggiatore goloso, ci furono ufficiali che con massima severità hanno avuto il barbaro coraggio di sostenere che: “per il mantenimento della disciplina e il rispetto dell’autorità, bisognava razionare il rancio, visto che gli eserciti “Ben Pasciuti”, non hanno mai vinto una Guerra!”

Ovunque in trincea si verificarono disordini, piccole proteste e episodi d’insofferenza verso le decisioni dei superiori. Ma scattarono subito le punizioni, i processi nei confronti dei soldati, e si assistette anche a delle condanne a morte.

 Tra Itinerari sui luoghi della Grande Guerra di Asiago…

A ricordare i cento anni trascorsi dal Primo Conflitto Mondiale non poteva mancare l’Altopiano di Asiago, dove per 41 mesi le truppe italiane e quelle Austro-ungariche si affrontarono in battaglie che costarono la vita a migliaia di soldati. Per non dimenticare quanto accaduto e celebrare il Centenario, dal 23 maggio 2015 fino all’11 novembre 2018, l’Altopiano dei cosiddetti “Sette Comuni” ha organizzato una serie di eventi e offerte: “Escursion e Itinerari sui luoghi della Grande Guerra, che danno l’occasione al visitatore di conoscere e ricordare”. Itinerari che portano a luoghi come il Rifugio Campolongo, il Monte Corno, la Cima Mandriolo, il Campo Gallina, il Monte Zovetto, il Monte Fior e il Monte Ortigara detto anche il Calvario degli Alpini, tutti indicati con descrizioni dettagliati e percorribili a piedi (e spesso anche in mountain bike), dove tra il 5 e l’8 giugno 1916, 4 battaglioni di Alpini, privi di alcun sostegno di artiglieria e mal nutriti, diedero filo da torcere alle truppe Austro-ungariche, impedendo loro di sfondare il fronte.

 …e i Sapori dell’Altopiano di Asiago

Gli Itinerari escursionisti sono intervallati (e non poteva mancare!) anche da punti di ristoro, dove poter fare una sosta, riposarsi e prendersi una pausa dopo una bella camminata. L’escursione è diventata così, per il viaggiatore goloso e la sua giovane guida, anche un viaggio fra i sapori di Asiago e dei sette Comuni con oltre 70 alpeggi sparsi sul territorio (quasi tutti attivi nella produzione di formaggi). E di tanto in tanto non è stato difficile per lui, trovare un angolo tranquillo dove gustare i sapori della tradizione che nell’Altopiano son ben rappresentati dal formaggio Asiago DOP, La Tosella, il Miele, Lo Speck (di Asiago), i funghi, le erbe spontanee che trovano spazio nella cucina locale. Tradizione enogastronomica che si distingue dalle altre zone di montagna per la generosità di questa terra; ampi pascoli, boschi e un clima variegato sono in grado di offrire tantissimi prodotti naturali da usare in cucina: quelli che si possono trovare nella grande cucina dello chef stellato DaGan (Famoso il suo risotto con crema di formaggio asiago, speck e polvere di porcini) nel suo ristorante La Tana, dove gli ingredienti s’incontrano con la cultura di una cucina moderna e innovativa; o quella della tradizione dell’Agroturismo della famiglia Rigoni, dove sin dalle prime pagine il menù, sottolinea ed evidenzia come buon parte delle materie prime utilizzate provengano dalla loro azienda.

Il viaggiatore goloso ha pranzato al piano terra, in una sala dove prevale il calore del legno. Ha iniziato con un antipasto, Un Carpaccio di manzo all’Asiago scottato ed è passato al primo: Risotto alle Sbirraglie, un risotto con pollo (ma anche qualche fegatino) tagliato a pezzi, che, secondo la signora Annamaria, sempre felice di raccontare i piatti, veniva cucinato, durante la Grande Guerra, per gli “Sbirri”, riferendosi ai soldati tedeschi. Tra i secondi ha optato per lo spezzatino de Caval (Cavallo) espresso, piatto anche questo dedicato alla Cucina delle Battaglie degli Altipiani. Essendo la proposta de vini molto semplice, il viaggiatore goloso ha bevuto un calice di vino rosso (Merlot) prodotto ed etichettato dalla Casa.

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