La legalizzazione dell’esercizio della prostituzione tra diniego della Corte Costituzionale e aperture legislative

La Corte costituzionale, a seguito di discussione in pubblica udienza del 5 marzo 2019, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale relativa ai reati di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione previsti dalla c.d. legge Merlin, di cui era stata investita dalla Corte di Appello di Bari con Ordinanza del 6 Febbraio 2018.  Il tema è di grande attualità perchè si è cercato di sostituire, quale bene leso, alla morale pubblica, ma il principio di determinazione. Tuttavia, in Europa c’è stata una sorta di allineamento: in Francia una sentenza ha statuito che la prostituzione, si colloca sempre in una logica di sfruttamento e schiavizzazione dell’individuo. In Spagna è stato dichiarato illegittimo il sindacato dei sex workers, in quanto l’attività da questi esercitata costituisce un contratto nullo. Oltre alla libera determinazione dell’indivisuo si è cercato di scardinare la legge Merlin offrendo una differente interpretazione dell’art. 2 e dell’art. 41. In merito all’art. 2, secondo il Giudice d’Appello, l’esercizio della prostituzione in modo libero, privo da coercizioni e senza forme di asservimento all’altrui potere organizzativo costituisce una modalità di autodeterminazione sessuale che si esplica nella scelta di dare una «veste contrattualistica allo scambio tra fisicità e lucro».

In merito all’art. 41 la rilevanza penale delle condotte di reclutamento e favoreggiamento vengono lette come un limite ad un interesse giuridico prevalente tutelato dalla Costituzione, quello appunto alla libertà di iniziativa economica ex art. 41, che impedirebbe lo sviluppo del settore al pari di altre forme imprenditoriali. Ne deriverebbe, secondo il Giudice che ha rimesso la decisione alla Corte Costituzionale, una «ghettizzazione indebita del libero esercizio di una peculiare forma di lavoro autonomo che non trova giustificazione rispetto ad altre forme di professionalità riconosciute dall’ordinamento». In questo contesto l’antigiuridicità delle condotte di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione costituisce una limitazione alla piena realizzazione di diritti costituzionalmente tutelati. In pratica il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione sono lette come strumentali all’attività della prostituzione liberamente scelta. Nonostante lo sforzo ermeneutico, la Corte Costituzionale ha reagito negando la legittimità dell’esercizio della prostituzione secondo le regole del lavoro autonomo. Dal punto di vista legislativo si segnala il DDL n. 1047 del 7 febbraio 2019, ora in Senato in attesa di assegnazione.

Detto testo prevede: il divieto di esercizio della prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico in comuni con meno di 10.000 abitanti; la previa autorizzazione del questore competente che provvederà all’iscrizione del richiedente in un apposito registro; alcune previsioni relative a controlli sanitari, misure contro la tratta delle persone e istituzione di gruppi speciali interforze; progetti di prevenzione e di recupero; casi specifici di non punibilità di condotte che agevolano l’esercizio dell’attività in luogo privato.

Ecco, se caliamo detto DDL nella trama argomentativa della Corte, appaiono le prime criticità. La proposta legislativa non tiene in debito conto la dimensione economica e professionale dell’attività di libera prostituzione. Tanto meno si valuta se la legalizzazione della prostituzione ha un qualche impatto sul mondo del lavoro e come armonizzarla con la normativa in materia di privacy. Altro tema non esplorato è quello dei controlli (sanitari, fiscali, contributivi, di salute e sicurezza sul lavoro), che, obbligatori, si tradurranno in un maggiore impiego di risorse da parte dello Stato. Se mancano i controlli ad hoc, mancheranno anche le sanzioni in caso di infrazioni. Ed alla fine, nonostante lo sforzo profuso nel far emergere il fenomeno secondo il paradigma del diritto del lavoro, si continuerà ancora a riferirsi alllesercizio della prostituzione secondo i canoni della morale pubblica dimostrando che il tempo passa ma non così velocemente.

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