La rieducazione cinese

Il governo centrale della Repubblica Popolare Cinese vuole eliminare qualsiasi tendenza indipendentista delle sue regioni autonome. Tra queste si trova nell’estremo nord-occidentale della Cina continentale la regione dello Xinjiang: venti milioni di abitanti in oltre un milione e mezzo di Km² di territorio montagnoso e di vaste steppe. In questa regione cinque volte più grande dell’Italia, otto milioni di persone sono di etnia Uigur e in gran parte musulmani. La Cina ha quasi un miliardo e quattrocento milioni di abitanti e l’etnia Han costituisce il 90% della popolazione. Nella zona dello Xinjiang è invece meno del 40% della popolazione locale.
Gli uiguri sono turcofoni e sono presenti anche in altre zone dell’Asia centrale. Le loro caratteristiche fisiche sono assai varie e le loro fattezze ricordano quelle europee, mediorientali e asiatiche. Gli uiguri hanno una cultura e una storia distinte al resto delle etnie della Repubblica Popolare Cinese. Nella prima metà del XX secolo hanno formato per ben due volte una repubblica indipendente di breve durata e conosciuta come Turkestan orientale.

La detenzione di massa di uiguri e altre minoranze etniche che vivono nella sua regione occidentale dello Xinjiang ha suscitato allarme e condanna in tutto il mondo. Alla fine di novembre del 2019, per la prima volta, l’indagine China Cables del International Consortium of Investigative Journalists (www.icij.org) ha rivelato le direttive segrete del governo cinese che fornivano piani operativi per i campi di internamento e gli ordini per effettuare le detenzioni di massa. Negli ultimi anni, il governo cinese ha messo in atto un giro di vite sugli uiguri e le altre minoranze etniche nello Xinjiang, tra cui una vasta sorveglianza, detenzioni di massa e assimilazione forzata. Videocamere e posti di blocco della polizia tengono costantemente sotto controllo i cittadini. Il governo degli Stati Uniti ha stimato che oltre un milione di uiguri – che rappresentano quasi il 10% della popolazione uigura nello Xinjiang – siano stati rinchiusi dalle autorità cinesi per periodi più o meno lunghi.

La Cina afferma che la repressione è necessaria per prevenire il terrorismo e sradicare l’estremismo islamico. L’azione fa parte di una più ampia campagna del leader cinese Xi Jinping per promuovere il nazionalismo Han come forza unificante e per ridurre qualsiasi identità etnica, culturale o religiosa che possa competere per la lealtà popolare al Partito Comunista Cinese.

Nel 2009, le tensioni alimentate da decenni di discriminazione istituzionalizzata ed emarginazione contro gli uiguri nello Xinjiang sono esplose nella violenza nelle strade della capitale regionale, Urumqi. Gli scontri tra uiguri e cinesi di etnia Han hanno causato la morte di circa duecento persone, che secondo le autorità erano principalmente Han. La Cina ha incolpato i separatisti uiguri e ha promesso di eliminare l’ideologia islamica separatista e militante tra la popolazione uigura.

A partire dal 2017, molti detenuti uiguri sono stati mandati in campi che il governo chiama “Centri di istruzione e formazione professionale”. Lì, i detenuti sono costretti a imparare il mandarino, a rinunciare ai pensieri “estremisti” e a sottoporsi a indottrinamento quotidiano nella propaganda del Partito comunista cinese. Alcuni ex detenuti affermano di aver subito torture e abusi sessuali. I detenuti ricevono anche una formazione professionale e, dopo aver completato il programma d’indottrinamento, vengono assegnati alle fabbriche per lavorare in condizioni ampiamente considerate come lavoro forzato.

Gli Stati Uniti hanno fornito la risposta più efficace, annunciando sanzioni in ottobre contro entità e funzionari cinesi legati alla repressione nello Xinjiang. Tra le 28 entità nella lista nera c’erano le gigantesche compagnie cinesi di videosorveglianza Hikvision e Dahua, oltre a numerosi uffici statali cinesi. I funzionari destinatari di restrizioni sui visti non sono stati identificati pubblicamente. La Svezia ha annunciato che garantirà lo status di rifugiato agli Uiguri cinesi nel 2019.

Cosa dice la Cina sui campi? In una dichiarazione al giornale britannico The Guardian la Cina ha affermato che i campi sono uno strumento efficace nella sua lotta contro il terrorismo e non violano la libertà religiosa. “Da quando sono state prese le misure, negli ultimi tre anni non c’è stato nessun singolo episodio di terrorismo. Lo Xinjiang si trasforma di nuovo in una regione prospera, bella e pacifica “, riporta una nota dell’ufficio stampa dell’ambasciata cinese nel Regno Unito. “Le misure preventive non hanno nulla a che fare con l’eradicazione dei gruppi religiosi. La libertà religiosa è pienamente rispettata nello Xinjiang “.

michele.caracciolo@graduateinstitute.ch

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