L’eterna giovinezza e il Grande Tabù

Un documentario di recente trasmesso dalla TV nazionale (Non ne abbiamo mai parlato di Mariano Snider) richiama l’attenzione su un tema che è tanto forte da restare, il più delle volte, inesplorato: la morte. Eh sì, davvero un argomento difficile. Tanto che non facciamo altro che esorcizzarlo, confinandolo in quel territorio oscuro e inesplorato che di tanto in tanto, alla dipartita delle persone care o davanti allo spettro di una malattia, ci si para improvvisamente davanti costringendoci a un confronto cui non siamo, mai, preparati.

In fondo è un segno dei tempi. Alcuni mesi fa i media hanno celebrato i vent’anni del Viagra: il farmaco che come pochi può essere considerato il simbolo del nostro rapporto – rimosso – con la morte. Insieme alla chirurgia estetica, al culto del benessere fisico, a tutto ciò di cui ci serviamo per “rinviare” la vecchiaia.

Ho usato il termine vecchiaia. Che in realtà è ormai diventato una brutta parola, poco meno che una bestemmia (o forse peggio, di una bestemmia?). Sull’ultima fase della vita umana sono stati scritti migliaia di libri, ma i titoli sono La fonte della giovinezza, Gli anni sexy, Senza età, L’anno prossimo sarete più giovani. La ricerca medica, l’industria farmacologica, e – non ultimi – i media spingono senza posa nella direzione dell’eterna giovinezza, in un gioco al rilancio con un sistema di valori (o presunti tali) dominato da modelli sociali spietati: se sei giovane e sano sei ok; sei vecchio e malato? via, non servi più.

Guardate i protagonisti degli spot che pubblicizzano le paste adesive per dentiere o le assicurazioni: anziani bellissimi, che sembrano usciti da Dinasty. I vecchietti seduti sulla panchina nel parco, che guardano la vita scorrere intorno a loro, sono uno stereotipo che funziona solo nelle scenette di Aldo, Giovanni e Giacomo.

A che prezzo? Il rischio – ben più che un rischio, in realtà – è quello di apparire patetici. Di essere tristemente giovani, proprio perché si rinuncia a sfruttare il patrimonio esistenziale che la “terza età” offre. Si rifiuta di imparare a dialogare con sé stessi, con il proprio corpo; di accettare serenamente e consapevolmente il cambiamento dei ritmi imposto dall’età. Privandosi così di quelle sorprese, non necessariamente spiacevoli, che le nuove esigenze biologiche riservano: come è accaduto alla paziente di una psico-geriatra che, costretta a camminare con lentezza, raccontava di aver scoperto per la prima volta, commuovendosi, la bellezza della propria città.

È davvero paradossale: la nostra società, sempre più scientificamente e tecnologicamente avanzata e al contempo sempre più una società di vecchi, mai come oggi ha temuto l’invecchiamento e la morte. L’invecchiamento come anticamera della morte. Della morte abbiamo paura, la rifiutiamo. È un tabù. Ha diritto di cittadinanza solo alla tv, o al cinema, purché sia violenta o insolita: lì possiamo consumarne a iosa. Per rimuoverla, la esaltiamo. Decine, centinaia di delitti e cadaveri da autopsia, tutti i giorni. E i poveri corpi dei migranti affogati nel Mediterraneo finiscono per apparire non reali, ma parte di un flusso di immagini che ci scorre addosso senza lasciare traccia.

Non a caso. Fuori di quel flusso, la morte non sappiamo più raccontarla. Non siamo più in grado di dialogare con essa – e dunque con noi stessi. E questo rappresenta davvero un impoverimento, a livello individuale ma anche collettivo. Ed è dura a quel punto, senza valori autentici, senza l’abitudine a confrontarsi con sé stessi, avere nonostante tutto la coscienza di doversela trovare, un giorno, di fronte.

E infatti spesso la morte viene vissuta come fosse un incidente; un errore. Errore del medico che ha sbagliato terapia; o di chi non si è preoccupato di fare la giusta prevenzione. Non si riesce più a pensarla come un fatto naturale: che fa parte della vita, e comunque dovrà sopraggiungere. Indipendentemente dalle medicine, dalla scienza e da quanto giovani si possa apparire.

Certo, l’uomo ha sempre avuto un rapporto difficile con la propria finitezza. Ma forse ci aiuterebbe recuperare la dimensione che in tante culture, ancora oggi, la morte possiede intrinsecamente: quella dell’estremo rito di passaggio. Dove ci conduca quel passaggio, è tutto un altro capitolo. Ma chissà, forse quel dove non è poi così terribile come ci hanno insegnato a pensare.

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