L’inevitabile scioglimento dei ghiacci

Nel 2006 uscì il film di Al Gore intitolato Una verità scomoda dedicato al riscaldamento del pianeta. Lo vidi a Ginevra e, uscito dal cinema, sentii un profondo senso di rassegnazione. Lo scioglimento dei ghiacci dei poli è inevitabile. Per quanto gli stati si sforzino di ridurre l’uso dei combustibili fossili, gli effetti sul clima del pianeta sono inarrestabili. Il cambiamento tecnologico è più lento della riduzione dei ghiacci polari e dei ghiacciai in giro per il mondo.

Stefano Agustoni, climatologo presso l’ETH di Zurigo, ha descritto su Il Fatto Quotidiano del 16 agosto scorso le dimensioni di questo fenomeno. L’acqua contenuta in circa 1600 miliardi di vasche da bagno corrisponde grossomodo alla quantità di ghiaccio che la Groenlandia ha perso tra luglio e agosto di quest’anno a causa delle temperature che hanno oltrepassato i 20°C. Nella sola giornata del 30 luglio la Groenlandia ha riversato in mare 12,5 miliardi di tonnellate di ghiaccio, pari a una quantità di acqua che riempirebbe cinque milioni di piscine olimpioniche.

Secondo un’analisi del National Snow and Ice Data Center che ha usato dati della NASA e riportati dalla CNN, il luglio di quest’anno è stato il mese più caldo mai registrato. Secondo i dati della NASA, la temperatura media nel mese di luglio è stata di 2,34°C superiore alla media per lo stesso mese nel periodo 1980-2015. Il livello dei ghiacci della calotta artica ha segnato un nuovo record di riduzione. La calotta polare si è ridotta quasi del 20% in più rispetto alla media battendo il record del luglio 2012.

Un aspetto relativamente nuovo dei cambiamenti climatici, messo in evidenza dalle immagini satellitari raccolte dall’Agenzia Spaziale Europea e dalla NASA, è anche l’aumento dei grandi incendi nell’area attorno e oltre il circolo polare artico. In Siberia la temperatura dello scorso mese di giugno è stata di 10°C più calda della media del trentennio 1981-2010. In Alaska all’inizio di luglio sono stati raggiunti 32°C, 13°C sopra la media, tre in più del primato precedente. La coltre generata dai roghi che stanno infiammando il grande nord – oltre cento quelli fotografati dallo spazio da due mesi a questa parte, dall’Alaska alla Siberia passando per il Canada e la Groenlandia – ricopre oggi un’area di oltre sei milioni di Km², la maggior parte dei quali in Siberia. Si tratta di qualcosa che non ha precedenti: il numero più alto d’incendi in questa regione nordica da sedici anni a questa parte, da quando è iniziato un monitoraggio preciso. Oltre che numerosi, i roghi sono anche persistenti perché intaccano un tipico terreno artico che – come spiegano gli esperti – è particolarmente favorevole alla propagazione e alla persistenza del fuoco.

A bruciare non è solo il bosco, ma il terreno sottostante, la torba, che può ardere anche per diverse settimane. Contrariamente agli incendi di boschi che si registrano nelle zone temperate, quelli dell’Artico si propagano anche al sottosuolo – afferma il glaciologo Konrad Steffen – dove si alimentano degli spessi strati di torba. Bruciando in profondità possono durare settimane o addirittura mesi, anziché poche ore o giorni come la maggior parte degli incendi boschivi alle nostre latitudini. Tutto ciò innesca un circolo vizioso perché vengono rilasciate grandi quantità di anidride carbonica, quella generata dalla combustione degli alberi ma anche quella generata dalla torba, aumentando così il riscaldamento climatico”.

Questi sono i fatti. Quali sono le conseguenze che si possono prevedere? Secondo Il mensile National Geographic, il livello dei mari salirà tra i 26 e gli 82 centimetri e oltre entro la fine del secolo. Gli uragani e le tempeste diventeranno più intensi. Le alluvioni e la siccità saranno comuni. Meno acqua dolce sarà disponibile dato che i ghiacciai conservano circa i tre quarti dell’acqua dolce del pianeta. Il quadro è desolante e inarrestabile.

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