Maledetta identità! Benedetta identità!

Per tale autore, il pudore non è tanto una faccenda di vesti o abbigliamento intimo, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro. L’assunto di partenza per Galimberti è che ci sono due modi di vivere la sessualità: la sessualità generica che cerca il piacere per soddisfare unicamente impulsi biologici e considera il partner qualcosa di fungibile; la sessualità elettiva che tende invece alla ricerca dell’amante unico e inconfondibile. “Così stando le cose, allora possiamo dire che il pudore è quel sentimento che difende l’individuo dall’angoscia di naufragare nella genericità animale. […] e consente, a partire dalla pulsione sessuale, già di per sé sufficiente alla conservazione della specie e quindi priva di una funzionalità elettiva, di scegliere chi, oltre alle esigenze della specie, risponde al riconoscimento dell’individuo, alla sua specificità, fin dentro la sua intimità che lo rende unico” (op. cit, p. 86).  Un gigantesco elefante invisibile insomma! Ma chi ha ancora voglia di farci caso?

Una delle contrapposizioni insulse in cui capita di imbattersi nel dibattito pubblico odierno concerne il tema dell’identità: da un lato, i «denigratori» che aspirerebbero a cancellare il concetto stesso dal vocabolario, come se il solo fatto di nominare aspetti della propria identità rappresentasse un virus automaticamente portatore di disastri per l’umanità; e, dall’altro, i «sostenitori» pronti a rivendicare e valorizzare ogni dettaglio capace di sottolineare le specificità di ogni singola persona o singolo gruppo di individui. Il dibattito in materia è spesso superficiale, ideologico e dottrinario e come tale finisce in plateali litigate che magari fanno spettacolo, ma rendono ancora più spessa la cortina di fumo che avvolge il tema.

Cos’è l’identità? Studiosi nel campo delle scienze umane disquisiscono da decenni sulle possibili differenze tra concetti quali Identità, Sé, Io, Personalità.

Ogni tanto, presa da slanci di buona volontà mi tuffo tra le loro sapienti pagine nella speranza di ricavarne una illuminata chiarezza terminologica, magari da sfoggiare anche all’esterno. Immancabilmente mi perdo e faccio ritorno a una definizione che adotto da tempo, poiché mi sembra funzionale e concreta: l’identità è l’insieme delle caratteristiche personali e dei ruoli sociali che hanno un significato ai nostri occhi, e a quelli del prossimo che conta per noi. In termini pragmatici, per dare un’idea della nostra identità basta rispondere, senza troppo riflettere, almeno una buona mezza dozzina di volte, alla domanda: Chi sono io? Per quanto mi concerne, mi viene subito in mente: piemontese di origine, svizzera romanda di adozione, donna, età… (aspettate…cerco un eufemismo) piuttosto avanzata, docente universitaria (a partire dal mezzo del cammin di mia vita), moglie, madre, nonna, persona che attribuisce valore all’impegno e alle buone relazioni (poche ma buone), ecc. ecc.

Se ne avete voglia, provate anche voi a rispondere…

In sostanza, le risposte che diamo contengono tre dimensioni:

1) le caratteristiche che si considerano proprie, che hanno valore ai nostri occhi permettendo di distinguerci dagli altri (ad esempio il termine piemontese per me evoca non solo un luogo geografico fatto di un orizzonte di montagne che amo, ma soprattutto l’immagine dell’operosità della gente del luogo e il gusto per il lavoro ben fatto di cui parla Primo Levi nel romanzo La chiave a stella);

2) la coscienza che certe caratteristiche ovviamente cambiano con il trascorrere del tempo e l’accumularsi delle esperienze, ma che IO sono sempre IO;

3) i valori in cui si crede. Giustamente gli psicologi ci rendono attenti che, per poter vivere bene, l’insieme di tali elementi deve offrire alla persona una sensazione di positività. La complicazione nasce dal fatto che non basta decidere autonomamente che siamo dei campioni di eccellenza e di positività, ma abbiamo bisogno di ricevere continue conferme dall’esterno: sguardi e gesti di approvazione, complimenti, like… Vi ricordate quando Silvio Berlusconi amava ripetere che lui era il migliore presidente del consiglio che l’Italia avesse mai avuto? Ebbene faceva sorridere i più, poiché era una ridicola e vanitosa ingenuità: non basta che lo dica il diretto interessato…anzi… (ma forse a lui bastava…)

Dunque, il sentimento di identità personale non è di per sé cosa né da condannare, né da glorificare. Né da maledire, né da benedire. È il frutto di appartenenze familiari, etniche e sociali ereditate, di apprendimenti inconsapevoli che ci hanno impregnato, di esperienze e relazioni vissute, di modelli assimilati, di identificazioni selezionate, di scelte fatte, di ricadute dei vari successi o insuccessi, di modalità di affrontare tensioni e crisi, e di altro ancora. È un sentimento dalle molte sfaccettature e potenzialità, quanto più è articolato, dinamico, realistico, capace di evolvere per adeguarsi a sempre nuovi stimoli, tanto più ci permette di vivere in pace con noi stessi e con gli altri. La nostra identità si nutre in genere anche dei mille modi quotidiani con cui tentiamo di apparire un po’ meglio di questo o quel vicino, di questo o quell’amico o degli abitanti dei villaggi limitrofi. Niente di male! È fisiologico! È un elefante invisibile che non fa grossi danni, tranne in un caso: quando interviene un conflitto che riduce l’identità delle parti, normalmente pacificamente antagoniste, a una sola dimensione: quella di nemico mortale della fazione rivale! In questi casi il pensiero diventa ossessivamente univoco, trasformando l’avversario in un demone da eliminare. L’aggressività è allora pronta a trasformarsi in violenza, e niente impedisce più al braccio di impugnare un fucile. Ciò in nome di un’unica e totalizzante dimensione identitaria, presa a prestito da ideologie politiche, o religiose o da rivalità sportive o economiche. Il problema non è l’identità in sé, ma l’uso che ne fanno l’ignoranza degli uni e il potere degli altri.

L’attuale conformismo dominante non incoraggia certo il pudore, bensì la spudoratezza, promossa quest’ultima al rango di virtù di successo. I media e i social irrompono nell’intimo di soggetti noti e men noti, incoraggiando pubbliche confessioni, emozioni in diretta, esibizioni di nudità fisiche e affettive, narcisistici svelamenti di sé, alluvioni verbali. Psicologi improvvisati spacciano tale spudoratezza per sincerità e bollano stoltamente la discrezione come sintomo di patologica inibizione. Per non parlare del fenomeno tipico degli adolescenti del terzo millennio: chiusi come ricci nei confronti degli adulti di casa ma pronti ad esporre via social la propria intimità al mondo intero.

Penso allora che Galimberti meriti di essere ascoltato quando rivendica i diritti del pudore non solo per celebrare forme di sessualità rispettose della singolarità dei soggetti, ma anche per tentare di sfuggire alle pressioni sociali di omologazione che erodono in modo subdolo spazi di libertà dei nostri corpi e soprattutto delle nostre menti.

L’ELEFANTE INVISIBILE

di Vittoria Cesari Lusso

Una vecchia leggenda indiana narra di un elefante che pur muovendosi tra la folla con al sua imponente mole passava comunque inosservato. Come se fosse invisibile …

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