Ovidio celebrato alle Scuderie del Quirinale

Il 17 ottobre 2018 alle Scuderie del Quirinale è stata inaugurata la mostra Ovidio. Amori, miti e altre storie, che si terrà fino al 20 febbraio 2019 per celebrare il bimillenario del poeta dell’amore, Publio Ovidio Nasone.
La mostra, curata da Francesca Ghedini, presenta 250 opere concesse in prestito da 80 musei italiani e internazionali tra cui affreschi dell’area vesuviana, la Venere Callipigia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Venere Pudica di Botticelli, il Narciso di Domenichino, la Caduta di Fetonte di Carracci e l’Ermafrodito dell’età romana proveniente da Palazzo Massimo, oltre a opere di Benvenuto Cellini, Tintoretto, Ribera, Poussin e Batoni, fino all’arte contemporanea rappresentata dalle installazioni al neon ispirate dai testi ovidiani firmate Joseph Kosuth. I capolavori illustrano i temi centrali dei scritti di Ovidio: l’amore, la seduzione, il rapporto con il potere e soprattutto i miti che inconfondibilmente hanno contribuito a delineare i contorni della nostra cultura occidentale e sono diventati le radici della nostra civiltà, la sorgente del nostro credo.

Chi si aspetta di trovare una mostra su Ovidio stesso, sulla sua vita privata, sui suoi successi di scrittore a Roma, sui suoi amici, sulle mogli, sulla presunta relazione con la nipote di Ottaviano Augusto, sul suo esilio, rimarrà deluso, trovandovi solo piccoli accenni, sfumature. Il percorso è regolato su due piani, ogni sala espositiva è dedicata a uno o più temi e man mano si scoprono frammenti e colori della letteratura ovidiana, racconti e personaggi delle trasformazioni degli uomini e degli dei delle Metamorfosi, miti e storie legate agli altri componimenti di Ovidio. Sulle pareti si trovano citazioni del poeta, uno degli autori della latinità più conosciuti e aprezzati.
Alcuni si domanderanno: ma chi era Ovidio? Vale la pena di riportare alcuni fatti. Publius Ovidius Naso – così il nome in latino, nasce il 20 marzo del 43 a. C. a Sulmona da una famiglia illustre di rango equestre.

A soli dodici anni lascia Sulmona per trasferirsi insieme al fratello a Roma, dove studia nelle eccellenti scuole di eloquenza e di retorica. Ben presto si dedica di propria scelta alla poesia. Come vuole la tradizione si reca ad Atene per ulteriori studi e per conoscere la cultura greca; durante il viaggio di ritorno visita numerose città dell’Asia minore, l’Egitto e la Sicilia, dove vive per un anno. Di ritorno a Roma intraprende la carriera pubblica, diventando uno dei decemviri stilibus iudicandi e uno dei tresviri . Fiero di appartenere al rango equestre, non aspira a entrare nel Senato romano. Continua a dedicarsi alla poesia, frequenta il circolo letterario di Messalla Corvino e diventa un poeta molto conosciuto e amato, che vive in una società pacifica e che ha riscoperto il piacere della vita, venendo meno ai dettami predicati dall’imperatore Augusto, portavoce della vita morale. Prende parte agli incontri del circolo letterario dell’illustre Mecenate, personaggio molto influente, amico e consigliere di Augusto, dove conosce numerosi celebri intellettuali, tra cui Properzio, Orazio, Virgilio e Tibullo.

Nel corso della sua vita si sposa tre volte: delle prime due mogli non si sa nulla, ma da una di loro Ovidio ha una figlia, Ovidia. La terza moglie è Fabia e con lei trascorre la maggior parte della sua vita. Nell’8 d. C. è colpito da un durissimo decreto di Augusto, che gli impone di lasciare Roma e lo relega a Tomi, nella Scizia. Le cause dell’esilio non sono chiare; carmen et error, secondo le parole di Ovidio stesso nel 2° libro dei Tristia, cioè l’Ars amatoria da un lato, e, probabilmente, l’essersi trovato implicato involontariamente in qualche scandalo di corte, dai moderni per lo più identificato con l’adulterio di Giulia, nipote di Augusto, esiliata nello stesso anno, e D. Giunio Silano. A Tomi rimane fino alla morte. Non riesce a ottiene la revoca del decreto neppure da Tiberio.

Tramite il poemetto Ars amatoria, Ovidio, in modo convincente e brillante insegna a donne e uomini le strategie di conquista, il cui oggetto non è l’amore, ma il piacere sessuale ( posizione in chiaro contrasto con la politica e la percezione del mondo dettata da Augusto, che tentava di moralizzare una generazione dissoluta per la perdita dei valori familiari). “Il piacere concesso per dovere – scrive inoltre il poeta – non mi è grato”.
Il poema maggiore di Ovidio sono indiscutibilmente le Metamorfosi, raffinato libro di miti, racconti, aneddoti, orazioni, psicodrammi, che ha irrorato la cultura dell’Occidente d’un irrefrenabile canone fantastico . Ovidio e il suo poema incantano, affascinano ancora duemila anni dopo e ancora oggi sono ferdidamente discussi. Italo Calvino le cita su quasi ogni pagina delle Lezioni americane, vi si riferivano e le interpretavano Arnolfo d’Orleans e Giovanni di Garlandia, e ancora nel Rinascimento Francesco Bacone.

Ne fa diretto riferimento Dante nella Divina Commedia, seguito da Shakespeare, Mozart, Richard Strauss, Joyce e Cocteau , solo per citarne alcuni. È un canto senza interruzioni in 15 libri di storie, favole antiche che nascono l’una dall’altra, si intrecciano, riaffiorano in sequenza velocissima formando una sorta di enciclopedia in movimento dei racconti più famosi dell’antichità , trasgressioni tracciate qualche volta con un’ironia micidiale, sull’orlo del gossip – come si direbbe oggi. Si viene confrontati con due alluvioni universali, una trentina di stupri e quasi altrettanti stupri mancati, quattro o cinque imprese della libidine femminile più un caso di transsessualità, tre incesti e due tentati incesti, circa sedici fiumi innamorati, centinaia di alberificazioni, uccellificazioni, pietrificazioni, stellificazioni eccetera eccetera: una metafavola di miriadi di favole.

È un dizionario mitologico dell’adolescenza , di cui l’esempio per eccellenza è forse la storia di Narciso, bellissimo ragazzo, figlio di un fiume e di una ninfa, che specchiandosi nell’acqua di un laghetto si innamora della propria immagine. Il ragazzo diventa una sindrome che diventa un fiore, restando disperatamente l’”io” che era. Poi ci sono le vicende di Ganimede e Proserpina, c`è Pigmalione, lo scultore che forgia in avorio un statua così bella, che se ne innamora, appare più volte Venere, c’è Cupido che lancia le sue freccie creando non pochi scompigli e altrettanti guai seri, ci sono Apollo e Dafne, Bacco, Icaro e così via.

Ovidio, in esilio sul Mar Nero, conclude le Metamorfosi dicendosi convinto e orgoglioso di aver scritto un libro che gli esseri umani leggeranno fin dove si spande il dominio di Roma, per tutta la durata dei secoli . È la più grande rivincita che il poeta si prende su Ottaviano: è consapevole e fiero della portata della sua opera.

E cosi ho compiuto quest’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco,
né il ferro, né il tempo vorace cancelleranno mai più. (…)
E fin dove sul mondo si spande il dominio di Roma, i mortali
Mi leggeranno, e per tutta la durata dei secoli tutti,
se i poeti hanno un qualche presagio del profondo futuro, vivrò.

  1. Una delle dieci commissioni della Repubblica romana che comportava il giudizio sulle liti.
  2. In Roma antica, membro di una magistratura collegiale formata da tre persone (dette triumvĭri o anche tresvĭri), investita sia di funzioni amministrative e di polizia sia, nell’ultima età repubblicana, del supremo potere politico e militare. (http://www.treccani.it/vocabolario/triunviro/ (11.11.2018)).
  3. https://appuntamentieuropei.wordpress.com/2018/10/16/ovidioamori-miti-e-altre-storie-mostra-alle-scuderie-del-quirinale-roma17-ottobre-2018-20-gennaio-2019/ (8.11.2018)
  4. SERMONTI VITTORIO, Le Metamorfosi di Ovidio, Rizzoli, Milano 2014, pg. 11.
  5. BOITANI PIERO, Ovidio e le metamorfosi, Scuderie del Quirinale, Roma 1028, pg. 5.
  6. Ib., pg. 5-6.
  7. Ib., pg. 6
    8.SERMONTI VITTORIO, Le Metamorfosi di Ovidio, Rizzoli, Milano 2014, pg. 13.
    9.Ib., pg. 11-12.
    10.Ib., pg. 777.
    11.Ib., pg 832.

Autore: Anna Canonica

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