Pasolini e Notarangelo: ladri di anime

Qualche giorno fa una persona mi ha chiesto, con la sincerità disarmante di chi è curioso davvero e non teme giudizi: “Spiegami Pasolini, chi era?”

E io che di Pasolini ho letto saggi, romanzi, poesie, visto i suoi film, ho quasi arrancato, come presa alla sprovvista dalla responsabilità di non commettere errori nel presentare una delle personalità più straordinarie, complesse, sfaccettate come un diamante e a tratti oscure come il carbone che il nostro Novecento abbia prodotto. Già, quel diamante e carbone dei quali Pasolini diceva esser fatti i volti della gente, che gli fece riconoscere tra le grotte e le rupi dei Sassi di Matera la più autentica Gerusalemme, quella che in nessun altro posto al mondo era riuscito a trovare. L’aveva cercata ovunque, dopo la folgorazione della sceneggiatura già pronta in quel vangelo che esaltava gli ultimi, gli umili, gli oppressi.

Ecco, guarda il Vangelo secondo Matteo, avrei potuto dirgli. Pasolini era lì: combattente rivoluzionario col suo pensiero attraverso un Gesù battagliero, quasi un leader politico che incita a liberarsi dei gioghi e delle oppressioni, poi fragile di una umanità che sente su di sé il peso di un divino che ha dovuto subire un poeta, che ha girato sequenze dall’intensità di idilli; un narratore cinematografico che ha reso protagonisti allo stesso modo attori, pastori, contadini, scrittori, studenti. E le pietre, le grotte, gli arbusti mossi dal vento, i picchi e le voragini, i pieni e i vuoti di una città che come nessun’ altra è capace di guardare in faccia chi le è dinnanzi.

Non sarà un caso che non esistono foto di PPP più numerose di quelle scattate sul set del Vangelo, non sarà stato un caso quell’incontro tra uomini straordinari che si sarebbero immortalati a vicenda. Ed ecco, certo, appunto: avrei potuto dire a quella persona: guarda le foto di Mimì Notarangelo scattate sul set di quel film. Guardalo mentre sistema il velo della Madonna, quando discute con i suoi collaboratori, quando si ferma, quando si incanta a guardare Matera e cerca silenzio perché sia Matera a parlargli.

Le foto scattate da Mimi Notarangelo sul set del Vangelo hanno un aspetto che solo di primo impatto possono definirsi spontanee, come si suol dire. C’è in esse un’armonia compositiva che rimanda allo studio dei grandi pittori che pagavano figuranti per la composizione delle loro scene. Notarangelo rubava momenti intensi di costruzione di un regista e quel regista, creando, gli era complice per quelle foto, come se sapesse che ne sarebbe venuta fuori una narrazione parallela, un ritratto che probabilmente nessun altro sarebbe stato capace di realizzare attraverso delle fotografie perché Notarangelo era ladro come lui, ladro di essenza, intensità. Notarangelo era centurione nel ruolo di comparsa parlante perché era stato centurione sul set, assoldato perché quell’intellettuale così scomodo, così controverso, così omosessuale non fosse preso di mira da potenziali pericoli di squadroni punitivi di esaltati neofascisti.

Un set di intellettuali e contadini

Notarangelo fu chiamato dal partito comunista per difendere Pasolini. E Pasolini gli si affidò ma non solo per una questione di spalle forti. Si era creata una sintonia tra loro, una comunione di anime e intelletti ma anche di arte che in modo evidente poi è si è manifestata nel film, attraverso quelle sequenze che somigliavano così tanto ai ritratti che Mimì raccoglieva tra Puglia e Lucania.

Matera fu scossa come da brividi continui attraverso quel set. E non solo perché intellettuali del calibro di Bolognini, Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Ninetto Davoli con lui la stavano vivendo e attraversando, prestandosi anch’essi a figurare nel film ; ma perché incastonando la storia forse più straordinaria mai  raccontata nell’anima graffiata con le dita di un insediamento urbano unico al mondo , immagine autentica dell’anima contadina di chi se l’era andata scavando addosso nel corso dei secoli, le stava conferendo immortalità, la stava restituendo al mondo che in realtà non l ‘aveva mai conosciuta . I Sassi di Matera in quegli anni avevano subìto anche il rischio dell’abbattimento, della colata di cemento. Ne era in corso lo sfollamento nei quartieri nuovi per motivi igienici e sanitari, la questione “Matera” era salita alla ribalta delle cronache come una vergogna italiana.

Pasolini e Notarangelo, atei, comunisti e intransigenti ai compromessi, hanno descritto insieme il sacro incastrando le proprie arti una nell’altra. Destino dei senza Dio, forse, quello di cercarlo e riuscire a vederlo, molto più di quanto possano consentire le trasfigurazioni della fede celebrata nelle chiese. Dio s’è fatto uomo, tutto qui, eccolo, tra quelle bocche sdentate, quelle mani nodose, quelle schiene curve e quei sorrisi puri, bellissimi.

Notarangelo fu per Pasolini nei Sassi ciò che forse Virgilio era stato per Dante: un maestro e un “Autore”, già , capace di aumentare la visione nella quale egli vide in Matera l’antica Gerusalemme. Mostramela tu – gli avrà detto- portami la gente che ha scavato i Sassi e che nei Sassi è scavata, portami il divino in cui non riesco a credere attraverso l’umanità che attaccata alla terra è forse la più vicina al cielo, spiegami questi posti dove Cristo non è arrivato ma che da tanti poveri cristi è attraversato, quelli veri, quelli che il padreterno ha chiamato figli prediletti, chissà perché poi. Ma forse guardando le foto dell’archivio immenso di Mimì e guardando quel film girato insieme lo si capisce, quanta divinità ci sia tra quelle pieghe della terra.

Sotto un sole “ferocemente antico

Con rispetto scattava Mimi e con lo stesso rispetto operava Pasolini. Sotto un sole “ferocemente antico” girava ogni giorno in giacca e cravatta, in quegli stessi luoghi dove avevano abitato la malaria e le tubercolosi, dove i ragazzi andavano di nascosto perché era pericoloso, un posto che fino a pochi anni prima si sbirciava dalle lamiere perché quel degrado a cielo aperto non fosse visibile alla vita quotidiana e pulita del “piano”, la città in alto.

Ha reso sua madre la Madonna: un uomo dichiaratamente ateo ha usato l’amore più grande della sua vita per rappresentare il simbolo stesso della religione cristiana, l’origine stessa del mistero: la Santa Vergine. “È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore, ben poco, assomiglio; Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è sempre stato, prima d’ogni altro amore. … Sei Insostituibile: Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data”.

Notarangelo ha condotto Pasolini nei luoghi che sarebbero diventati la terra santa tra Matera e altri paesi di Lucania e Puglia. L’ ha condotto tra le case, i vicoli, le asperità rupestri di gravine e grotte ma soprattutto tra i volti di quella terra, tra quelle mani aggrinzite dal lavoro e dal tempo, da quei volti simili ai tronchi d’ulivo segnati da soli cocenti e da geli feroci di annate dagli inverni nevosi. Mimì l’umanità l’aveva dipinta nei bianchi e neri delle sue fotografie in tutta la Lucania, aveva ritratto bambini e vecchi laceri di una povertà contadina con lo stesso rispetto e la solennità che il Guercino aveva usato verso nobili e regnanti. Fotografie che non devono essere rimaste indifferenti a Pasolini se il Vangelo è così pregno di quegli stessi primi piani, di inquadrature e immagine che indugiavano allo stesso modo in cui il fotografo aveva immortalato sguardi, espressioni, momenti. Le aveva viste, Pasolini, le foto di Notarangelo, ne era rimasto colpito e segnato.

C’è da chiedersi come avrebbero dipinto la Matera di oggi, Pasolini e Notarangelo. Pasolini che “bestemmiava, imprecava” quando nelle inquadrature quella che egli chiamava “La forma della città” era deturpata da costruzioni moderne, da corpi estranei che snaturavano quel profilo, quella armonia, quella bellezza. Cosa direbbe oggi Pasolini del profilo che ha tolto i contorni a quella Matera che egli aveva reso il luogo laico di una scrittura sacra, inzuppata di Divino come nessuno è mai riuscito a fare. Oggi Matera è vestita di nuovo, le grotte dei Sassi sono ripulite, climatizzate, rese anche ambienti di lusso.

Forse solo gente come loro, ladri imperterriti di anime, sarebbero stati capaci di far affiorare vita vera, nuovi vangeli: Pier Paolo avrebbe raccontato col cinema e volti inzuppati di terra e storie, speranze e futuro avrebbe immortalato Mimì attraverso nei sentimenti che affiorano dalla pelle.

L’incontro con David Grieco

Ma la vita gioca scherzi strani e imprevisti e la passione, l’arte, il corso della storia generano comunioni e coincidenze stregate che scavalcano il tempo, che oltrepassano i limiti della vita e della morte e danno senso a misteri e percorsi che, apparentemente interrotti, prendono strade nuove. David Grieco, regista, sceneggiatore, attore, ha raccontato Pasolini in un film la Macchinazione. E attraverso quel film è arrivato a Matera, dove non era mai stato, dove non avrebbe mai immaginato quanta vita avrebbe trovato da attraversare ancora insieme a Pasolini e, soprattutto, insieme a chi Pasolini a Matera l’aveva immortalato. Conoscere Matera e conoscere Mimì Notarangelo, segnato dagli anni, dalla malattia, dalla sofferenza così come Matera porta in sé, indelebili, nonostante restauri necessari e imbellettamenti non sempre consoni al suo vero volto, tutte le rughe del suo passato, è stato per David Grieco un tutt’uno. Matera, antica e viva, dai tufi scrostati e le chianche sconnesse, ma palpitante di energia della memoria, di un cammino ancora da compiere, incapace di piegarsi su sé stessa; e Mimì, che da quella sedia a rotelle ha continuato fino all’ultimo a scrivere, imparando a usare il computer, a raccontare, a chiunque glielo chiedesse, con uno sguardo che era dolcezza e fuoco insieme. Matera e Mimì entrano insieme nella vita di David Grieco, che prende a sentire l’incedere di una nuova missione artistica e storica dentro di sé. Sono diventati amici, David e Mimì, di quell’amicizia con la quale la vita e la missione di uno continua attraverso la vita dell’altro. Sarà presentato come evento clou del Bif&st Internazionale del Cinema di Bari a due anni dalla morte di Mimì, Notarangelo ladro di animeun documentario che porta la sua firma perché ha fatto tutto lui” – dice David Grieco, regista dell’opera – “un omaggio a quest’uomo che ha dato tanto a Matera e alla Basilicata intera”. “Mimì al di là di Pasolini – continua David Grieco – ha realizzato foto e video antropologici straordinari che saranno oggetto di studio nei prossimi secoli. Questo è il miracolo che ha fatto lui. Io, insieme ai figli, cercherò di farlo conoscere ancora di più. Possiamo solo sbagliare un po’ come facevano i discepoli trasmettendo il pensiero di Cristo”.

Io ho conosciuto Mimì negli ultimi anni della sua vita e ho avuto il dono del suo affetto. Non ho mai incontrato un uomo con così tanta vita in un corpo così provato, quasi già un’ombra. La vita gli esplodeva dagli occhi però, e dalle parole. Ho accompagnato da lui insieme a suo figlio Peppe giovani stagisti di fotografia ma anche grandi fotografi che venivano da ovunque a conoscerlo, studenti per le tesi di laurea perché un archivio come il suo, dichiarato patrimonio di interesse storico nazionale, è una fucina di arti, di storia, di antropologia, di tradizioni. Un archivio della memoria costruito attraverso impegno civile e fame di vita vera e del dovere morale di raccontarla ai posteri.

Oggi ci sono i suoi figli, Peppe, Mario e Toni, un autore illuminato, Grieco, e le persone che Mimì l’hanno amato a recuperare un archivio di oltre centomila immagini, centinaia di ore di filmati in super 8 e 16 mm e di registrazioni audio, decine di migliaia di documenti e libri, oltre che una ventina di libri scritti e pubblicati da lui.

Chissà se c’è davvero, il cielo. C’è da sperarlo solo perché si possano reincontrare le persone che si erano conosciute in terra.

E quant’è bello pensare, adesso, che si siano ritrovati due che erano stati messi insieme dalle circostanze politiche e che nell’arte erano diventati amici, complici, co-autori di un capolavoro che ancora oggi fa parlare di sé in modo sempre nuovo. Chissà se il mio amico che mi ha chiesto di Pasolini ne avrà capito qualcosa, di certo sarà ancora più curioso, come curiosi sono stati questi uomini grandi, ansiosi e capaci, evidentemente, di guardare oltre e di lasciare quell’oltre alle future generazioni.

Ma certo che c’è, il Cielo.

Foto Archivio Domenico Notarangelo

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