Previsioni di primavera

Niente di nuovo emerge dalle previsioni economiche di primavera presentate il 7 maggio scorso dalla Commissione europea: si ribadisce come il recente rallentamento della crescita globale e del commercio mondiale abbiano inciso negativamente sulle prospettive di crescita di tutta l’eurozona e ciò vale sia per il 2019 che per il 2020. Permane l’incertezza derivante delle politiche commerciali: siamo a quasi un anno dall’avvio della “guerra dei dazi” tra gli Stati Uniti e la Cina ed è proprio delle ultime settimane una nuova escalation dei toni – almeno da parte del presidente americano, Donald Trump – cui è seguito nei fatti anche un innalzamento dal 10 al 25% delle aliquote sulle merci cinesi importate negli Usa. E visto il buon andamento dell’economia statunitense e l’approssimarsi della campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali, non è prevista un’inversione di tendenza su questo fronte.

Per la Commissione europea, tuttavia, l’economia dell’area proseguirà la sua crescita – ed è il settimo anno consecutivo – e con un’accelerazione nel 2020 – assicura il vicepresidente responsabile per l’Euro e il dialogo sociale, Valdis Dombrovskis. Per l’anno in corso, la percentuale di crescita più alta è quella registrata da Malta, con un +5,2%, seguita da Grecia – 2,2%, – Spagna – 2,1%, – Francia e Gran Bretagna – 1,3%. La media di crescita del Pil si attesta al +1,2%, quella attesa per il 2020 è +1,5%. Anche il commissario per gli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, conferma che “la crescita rimane positiva in tutti i nostri Stati membri e continuano ad arrivare buone notizie sul fronte dell’occupazione e della crescita dei salari”. In base alle previsioni, dunque, il rallentamento nella crescita del Pil dovrebbe interrompersi nel 2019 e, vista l’incertezza in premessa, ciò sarà dovuto principalmente alla domanda interna. L’ottimismo, in questo caso, è determinato dai dati sulla disoccupazione, in costante diminuzione e al 6,4% nella zona euro, il livello più basso dal 2008 ad oggi. Pesano inoltre l’aumento dei salari, l’inflazione contenuta – all’1,6% quest’anno e all’1,7% per l’anno prossimo – e le misure di stimolo fiscale adottate in alcuni Stati membri.

I dati più deludenti sono quelli di Germania e Italia: la prima, con una crescita del Pil dello 0,5%, sconta pesantemente l’instabilità del quadro mondiale e la debolezza del settore manifatturiero, specie nel comparto automobilistico; la seconda conferma il peggioramento dei parametri economici costantemente sorvegliati dalla Commissione – la crescita del Pil, che dallo 0,2 ora scende allo 0,1% per il 2019; il rapporto deficit/Pil, al 2,5% mentre la media Ue è allo 0,9%; il rapporto debito/Pil al 133,7%, mentre la media Ue è 85,8%. Il peggioramento è previsto anche per il 2020, con una crescita che non dovrebbe superare lo 0,7% contro la media dell’eurozona al 1,5%; il rapporto deficit/Pil al 3,5%, contro lo 0,9%; e il rapporto debito/Pil al 135,2%, di contro all’84,3% dell’eurozona. E se gli investimenti previsti nel nostro Paese sono dati in diminuzione dello 0,3%, contro una media europea del +2,3%, con un tasso di disoccupazione molto più elevato – 10,9% nel 2019 e 11% 2020, – la crescita della nostra domanda interna appare tutt’altro che scontata. Specie se, come previsto da più parti, il Governo sarà costretto ad un aumento dell’Iva per il 2020, un rincaro che proprio nei giorni scorsi il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha ammesso che non sarà facile evitare. All’ultima riunione dell’Ecofin, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha assicurato ancora una volta il rispetto dei parametri di Maastricht, di fronte all’allarme di Francia, Germania e Austria per le dichiarazioni del vice premier Matteo Salvini relative ad uno sforamento del rapporto deficit/Pil e, quindi, un ulteriore innalzamento del nostro debito pubblico. Ora che il voto europeo è stato espresso, potremo capire se quella di Salvini era un’affermazione condizionata dai toni accesi dalla campagna elettorale, spesso rivolti anche contro gli stessi alleati di Governo.

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