Realpolitik

I temi portanti del 45° workshop Ambrosetti che si è tenuto in settembre a Cernobbio, hanno riguardato l’Europa e il nuovo governo in Italia, in un clima sociale impegnativo, nel contrasto tra un’economia che rallenta in forza del crescente protezionismo con la recessione in Germania e nel Sud Italia a fronte di nuovi propositi di rinnovamento dei governi.

Dal punto di vista delle scelte che riguardano l’Europa, il Governo di Roma ha acquisito credibilità avendo come interlocutori europeisti quali Giuseppe Conte, Paolo Gentiloni e Roberto Gualtieri per l’economia, il che ha significato già solo per questo un recupero sullo spread e vantaggi ritenuti impensabili tempo addietro.

Ora, commenta il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, abbiamo un Commissario di alto profilo che potrà divenire protagonista del cambiamento. La prima cosa da fare, ha aggiunto, è di non andare in Europa a chiedere di aumentare il deficit per accrescere in debito pubblico. Piuttosto è necessario costruire un’integrazione e far proposte come sulle infrastrutture transnazionali all’interno del bilancio europeo, costituendo un programma da 500-1000 miliardi di euro eventualmente finanziabili con eurobond. Ciò significherebbe non solo mettere in atto una politica anticiclica, ma rappresentare un percorso comune.

Di fronte alla competizione mondiale tra i due grandi giganti, l’Europa se non è unita sarà infatti destinata a diventare oggetto di conquista, annota il presidente di Intesa. Gian Maria Gross-Pietro. C’è dunque bisogno di più Europa nell’interesse dell’Italia e di una visione comune riformista che compia un salto di qualità. L’Europa è un grande mercato; noi siamo molto integrati alla produzione tedesca e francese, essendo la seconda manifattura del Continente. Per avere un’Europa forte, c’è bisogno di un sistema più integrato dal punto di vista politico ed economico che diventi il luogo ideale per i giovani, le imprese, le infrastrutture, l’occupazione.

Sul tema dell’autonomia regionale, che ha rappresentato il tema portante della sessione conclusiva del workshop dedicata all’Italia, s’è registrato un clima molto più ottimistico rispetto al passato. I Governatori delle regioni intervenuti hanno mostrato una sostanziale concordanza. Son convinto, commenta Vincenzo De Luca presidente della Regione Campania, che abbiamo tutte le possibilità per trovare un’intesa ragionevole sull’autonomia, a condizione di stare coi piedi per terra. Alla fine a che serve questa autonomia? A sburocratizzare i processi decisionali uscendo dalla palude amministrativa, ad avvicinare i luoghi di decisione ai cittadini, dare respiro alle imprese, agli investimenti, evitare i tempi morti, combattere le inefficienze. Su questo siamo totalmente d’accordo. L’importante è non toccare la scuola pubblica e la sanità pubblica. Poi è saggio difendere le ragioni del sud. Ho proposto un’operazione verità: diamo mandato alla Banca d’Italia e all’Ufficio bilancio del Senato di esaminare le risorse che effettivamente arrivano al sud. Per la sanità, la Campania è la regione che riceve meno risorse di tutti: 200 euro in meno rispetto all’Emilia, 100 in meno pro capite rispetto alla Lombardia e al Veneto. Questi sono i dati reali. Ma dobbiamo parlare meno di conti e un po’ più di unità, di nazione perché l’Italia è un grande Paese: ha città come Milano, Roma, Torino, la finanza, i politecnici, ma anche perché abbiamo l’umanesimo: Eduardo, Croce, Vico. Ci potrebbe dunque essere un’intesa tra le regioni per l’autonomia. Se invece ci imbarchiamo su un terreno che comporta modifiche costituzionali, non ne usciamo. Facciamo cose realistiche: trasferiamo poteri ragionevoli alle regioni, facendo cose utili alla comunità e alle imprese.

Solo così otterremo un risultato concreto.

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