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La Rivista • Marzo 2019 1 EDITORIALE gcretti@ccis.ch I mprovvisa, quasi sorprendente: la consapevolezza. Delle molte cose che non so di lui. Succede sempre così: provi ad approfondire e subito ti rendi conto di quanto profonda (appunto) sia la tua (nel senso della mia) ignoranza. In queste occasioni, poco o nulla giova rievocare, con vezzo similsnob, la “dotta ignoranza” sintetizzata dal socratico: so di non sapere. Nel caso specifico, il lui di turno è quel gran genio di Leonardo. Lo stimolo (ad approfondire): i 500 anni dalla sua mor- te. (E la lettura del corposo articolo di Anna Canoni- ca-Sawina che pubblichiamo a partire da pag 15) Di lui, nonostante, con citazioni icone rimandi ed opere, riempia la nostra quotidianità, so che è univer- salmente considerato uno dei più grandi geni dell’u- manità. Che ha saputo coniugare l’estro artistico (il mio pensiero corre, e si ferma, alla Gioconda , alla Dama dell’ermellino e all ’Ultima cena ) e la razionalità scientifica (l’immagine che si compone nella mente è quella dell’ Uomo Vitruviano). A lui, generalizzando, ma senza tema di sbagliare, riconduciamo lo studio dell’idraulica della meccanica, l’origine di vecchie e nuove tecnologie civili e militari, e della chirurgia. Tanto roba insomma. Tanta, e tanto vaga, in realtà. Ignoravo che fosse figlio illegittimo, per quanto in quell’epoca fosse condizione condivisa (lo era, anche Ruzante, considerato il padre del teatro italiano). Che fosse coetaneo di Girolamo Savonarola, fustigatore di costumi in quel di Firenze. Cha da ragazzino andò a bottega da Andrea Verroc- chio (maestro anche di Botticelli, del Perugino e del Ghirlandaio) il quale, ma questa è leggenda, colpito dal suo talento, dichiarò che non avrebbe mai più “ toccato pennello ”. Che fu escluso dal gruppo di artisti che nel 1480 Lo- renzo de’ Medici inviò al papa Sisto IV per affrescare la Cappella Sistina. Fu questo, si sostiene, uno dei mo- tivi per cui Leonardo decise di lasciare Firenze e, per un po’, anche la pittura. Preludio al suo trasferimento a Milano, alla corte degli Sforza, dove fu incoraggiato a sviluppare i suoi talenti in qualsiasi campo artistico e scientifico desiderasse, impegnandosi in varie imprese in ambito artistico, architettonico ed anche militare. Che, nel 1503, tornato a Firenze, dopo che Milano era stata invasa dai francesi, gli fu affidata la decorazione di una delle pareti del Salone del Cinquecento a Pa- lazzo Vecchio. Leonardo decise di ritrarre la Battaglia di Anghiari . La parete di fronte fu riservata a Michelan- gelo, per un affresco gemello, la Battaglia di Càscina : una sorta di sfida tra maestri assoluti di cui, purtroppo, rimangono poche tracce. Che i suoi disegni, raffiguranti spesso personaggi e vol- ti grotteschi e deformi, sono alla base di una particola- re tecnica artistica: la caricatura. Che fosse mancino: annotazione di per sé irrilevan- te, non fosse che era solito scrivere i suoi appunti al contrario (da destra verso sinistra), in modo da poter risultare comprensibili solo se riflessi in uno specchio. Verosimilmente, per impedire agli altri di leggere ed interpretare il suo lavoro e le sue idee. Che, per i suoi studi di anatomia, fu accusato di strego- neria e dovette lasciare Roma in fretta e furia per non finire sul rogo. Che fosse vegetariano e amante degli animali. Gior- gio Vasari, pittore e biografo, racconta che al mercato comprasse gli uccelli in gabbia per poi liberarli. Che fosse un burlone e un barzellettiere. Che attualmente esistono fra le 15 e le 20 opere au- tenticate (l’imprecisione del dato è sintomatica) di Leonardo da Vinci e le ultime attribuite all’artista rina- scimentale hanno vissuto diverse peripezie, e molte, questo ce lo confermano le cronache, sono al centro di acerrime discussioni fra esperti e collezionisti varia- mente (venalmente?) interessati. Ancora ignoro perché, dopo aver dipinto la Mona Lisa (la Gioconda), su incarico di uno dei cittadini più nobili di Firenze, Francesco di Bartolomeo di Zano- bi del Giocondo, Leonardo decise di non consegnare il dipinto al suo committente, ma lo vendette al Re Francesco I di Francia. A meno che non fosse per ri- conoscenza verso un re colto e raffinato, che lo ave- va accolto e gli aveva attribuito il titolo di “ premier peintre, architecte, et mecanicien du roi ”, oltre ad una pensione cospicua. Del pari, non so se riuscirò a comprendere l’applica- zione del “moto dell’anima” descritto nei suoi mano- scritti, cercando di rappresentare su tavola quello che cela la psiche del personaggio. (“ Tutti quelli che fan professione di ritrarre volti al naturale devono osserva- re che li movimenti sieno annunziatori del moto dell’a- nimo ”, Leonardo, Trattato della pittura , 1492) Neppure so se sarà possibile assumere almeno quelle nozioni – corredate da necessari dettagli biografici - che consentano di avvicinare la poetica e la versatilità di un artista che trascorse tutta la vita a studiare i vari campi dell’arte, del sapere e dell’arte del sapere. So, però, che vale la pena provarci.

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