Se Questa (Non) è Carne!

La chiamano Beyond Meat (“Oltre la Carne”). E lo scorso mese di maggio la startup californiana specializzata in hamburger weg, pioniera nel settore, ha debuttato a Wall Street ed è stato un successo. Nel primo giorno di contrattazione sul Nasdaq, il gruppo guidato dal 39enne Ethan Brown e finanziato tra gli altri da Bill Gates, Jessica Chastain e Leonardo di Caprio, è schizzato ad una valutazione di collocamento di 1,5 miliardi di dollari a un valore di mercato di quasi 3,4. La macchina non è ancora perfetta, il prodotto è in fase di lancio e mantiene un costo lievemente superiore alla media, ma le potenzialità sono enormi. Sembra che, a differenza del tradizionale hamburger vegano, che non ho mai capito davvero perché lo si debba chiamare hamburger data la sua orgogliosa estraneità al mondo animale, la carne realizzata con proteine al 100% vegetali in un laboratorio dell’Università di Stamford sia pensata affinché non si possa non chiamarla Carne.

Bologna la grassa la importa

In Italia, la “carne-non-carne” è importata dalla catena di hamburgerie gourmet WellDone, nata nel 2013 a Bologna e che ora, accanto alle carni d’alpeggio di piccoli allevamenti, nel cuore della più grassa e carnale tra le regioni italiane propone burger e salsiccia di Beyond Meat. Di bovino e suino non c’è nulla. Consistenza e succulenza vengono da proteine dei piselli gialli isolate, olio di canola e olio di cocco; tra gli ingredienti compaiono lievito, cellulose, amidi, aromi, estratti e succhi. Niente glutine, niente colesterolo, niente ogm, ormoni né antibiotici. Contiene invece un elevato apporto di proteine e ferro; 113 grammi forniscono 300 calorie (128 sviluppate da grassi). Insomma, non proprio dietetico! Anche se è ancora troppo presto per valutare e dare un giudizio definitivo come il nostro organismo potrà tollerare nel lungo termine un prodotto così complesso e lavorato. In un futuro non lontano, però, è ormai certo, ristoranti e supermercati offriranno soluzioni sempre più diversificate frutto di ricerche in corso da anni, come l’Impossibile Burger del Prof. Mark Post dell’Università di Maastricht che ha creato un Hamburger da carne “coltivata”. Lo scienziato ha preso le cellule di una mucca e le ha trasformate in laboratorio in strisce di muscoli che hanno combinato per creare l‘hamburger. E questa, purtroppo, una tra le tante curve della Storia prefigurate da Winston Churchill quando diceva: “Sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero solo per mangiarne il petto o l’ala”.

Per la tutela della salute e della bio-diversità

“Oltre la Carne” insomma, è l’ultimo prodotto di una cultura occidentale che modella pubblico e privato su priorità sempre più condivise: tutela della salute, sensibilità animalista e soprattutto sostenibilità ambientale. La fake meat (la carne-non-carne) risponde in primo luogo all’urgenza di offrire proteine alternative a una popolazione in aumento su un pianeta sfinito dove sarà presto impossibile mantenere gli attuali ritmi di sfruttamento dei terreni e allevamento intensivo. Secondo le stime dei produttori, rispetto alla lavorazione della carne animale quella vegetale consentirà di abbattere quasi totalmente le emissioni di gas serra e di risparmiare oltre il 90% della terra e dell’acqua utilizzata oggi. Il mercato della finta carne, insomma, punta ad una fetta di pubblico ben più ampia della galassia vegana. Vuole conquistare gli onnivori!

In un tempo che non sceglie

Ma questo è il paradosso del consumismo! Che per rimediare agli eccessi produttivi cade in un consumismo ancor più sofisticato. L’oro dell’alchimista è diventato il prodotto universale. In un tempo che non sceglie ma pretende tutto e, grazie alla tecnica, tutto assorbe e supera, la carne senza traccia né memoria dell’animale è la sintesi tra gli opposti, il piacere che non turba le coscienze. Rimuove la dimensione esclusiva della scelta, considerata un ostacolo alla soddisfazione totale di un pubblico sempre più sazio e planetario. La carne-non-carne, a mio avviso, è un altro capolavoro d’astuzia del mercato capace di programmare un mondo senza scorie, ottimizzato e ricreato a propria immagine. È il volto segreto e populista del cibo democratico, che prima segue e poi impone i gusti, al punto di aver dovuto creare l’ossimoro della “carne vegetale” ed esplorare le infinite possibilità della materia alla ricerca della polpetta filosofale, spremendo in un delirio di onnipotenza succo di barbabietola per dare alla carne del futuro il richiamo primordiale del colore del sangue.

La mutazione antropologica

E lo stesso legame oscuro, che da sempre, anche per motivi di sopravvivenza, lega l’uomo al macellaio e alla carne. Pulsioni di vita e di morte, istinti sublimati nel rito cristiano dell’uomo che mangia il Corpo di Cristo, l’agnello di Dio. E all’indietro fino al “sangue nero fumante” nei sacrifici degli antichi, e di Ulisse che, per essere ammesso tra i morti, offre un montone. Ma che oggi non è più cosi: da quando pensatori che vanno da Pitagora, Lev Tolstoj fino a Jean-Jacques Rousseau, hanno condannato senza attenuanti l’uccisione degli animali per mangiarne le carni. Oggi è un comune sentire fondato sulla pietà che sottrae l’uomo all’isolamento e gli dona la possibilità di congiungere la sua esistenza a quella degli altri esseri. Quella connessione con il pianeta che faceva dire all’oncologo Umberto Veronesi che: “Il non mangiar carne è una scelta d’Amore”. E infine c’è lamutazione antropologicache è imminente, che sia per compassione, responsabilità di stare al mondo oltre che dominarlo, ansia da armageddon, raggiro del grande business o semplice calcolo. Come quello dei monaci buddisti nell’antica Cina: per sfamare i pellegrini sempre più numerosi alle loro porte impastarono una finta carne di tofu e seitan, che ricordasse quella vera e li facesse sentire a casa.

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