Se sovranismo è rischio di subalternità

Secondo le indicazioni più recenti del bollettino della Banca d’Italia, l’attività economica nella Penisola avrebbe lievemente recuperato all’inizio di quest’anno, dopo essere diminuita nella seconda metà del 2018.

La debolezza congiunturale degli ultimi trimestri rispecchia quella osservata in Germania e in altri paesi dell’area. Le aziende intervistate nell’indagine dell’istituto centrale indicano condizioni sfavorevoli per la domanda corrente, in particolare quella proveniente dalla Germania e Cina, ma prevedono un contenuto miglioramento nei prossimi tre mesi; prefigurano inoltre una revisione al ribasso dei piani di investimento per l’anno in corso. Secondo le imprese, le prospettive risentono sia dell’incertezza imputabile a fattori economici e politici come delle tensioni globali sulle politiche commerciali. Il saldo di conto corrente del Paese si mantiene comunque ampiamente in avanzo e la posizione netta sull’estero è solo lievemente debitoria.

All’inizio dell’anno gli investitori non residenti sono tornati ad acquistare titoli pubblici italiani. Nel primo trimestre 2019 l’inflazione è scesa, frenata dal rallentamento dei prezzi dei beni energetici e dalla debolezza dell’economia: in marzo si collocava all’1,1%.

Con il Documento di economia e finanza 2019, approvato lo scorso 9 aprile, il Governo ha rivisto le stime per l’indebitamento netto per l’anno in corso dal 2,0 al 2,4%. Restano invece più negative le analisi espresse per il debito da Renato Brunetta, Pier Carlo Padoan e Giulio Tremonti alla presentazione del volume di Marco Fortis della Collana della Fondazione Edison su L’Italia non meria una nuova crisi (Il Mulino editore). Abbiamo un debito totale, sottolinea Renato Brunetta, che tra pubblico e privato non è peggiore della media, ma quello pubblico è ad un passo dalla crisi, dato che l’Italia è l’ultimo Paese per crescita nell’UE e soprattutto soffre di un crescente isolamento a livello internazionale. In nome del sovranismo, diventiamo subalterni, commenta, più di quando l’Italia con la lira svalutava ogni due anni.

Preoccupa, aggiunge Padoan, la mancanza di visione a lungo termine e la premessa delle difficoltà è che il tasso di crescita sia inferiore a quello d’interesse su un debito in crescita in nome di presunte misure bandiera. Si rinnega il passato e si entra così in un futuro sempre più incerto, né sono rassicuranti le scorciatoie talora evocate di un’uscita dall’euro.

Giulio Tremonti invece sostiene che le motivazioni della crisi del 2008 non sono ancora state rimosse perché con la finanziarizzazione e la globalizzazione la ricchezza non è più vincolata e si libera dai riferimenti territoriali, con tutto quello che ne consegue a livello di fisco e spesa pubblica.

Marco Fortis rileva, dal suo canto, che l’economia italiana non è abbastanza forte per sopportare nuove tensioni sui mercati finanziari e un’ulteriore perdita di credibilità e fiducia da parte degli investitori esteri, che nel 2018 detenevano ancora 672 miliardi di euro in titoli di Stato italiani.

A sua volta, il ministro Tria sottolinea come la crescita dello 0,2% stimata per il 2019 implica una crescita sostenuta già nel secondo semestre di quest’anno. Il ministro dell’Economia ha comunque sottolineato che una manovra correttiva non è all’orizzonte nemmeno dopo le elezioni europee, così come non lo è una patrimoniale. Quest’ultima “colpirebbe al cuore gli italiani e avrebbe un impatto distruttivo su crescita e consumi. Solo parlarne crea già incertezza e danno“, ha ribadito Tria.

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