Sono giovani, ma non solo gli italiani che cercano fortuna all’estero

Forse aveva ragione Sciascia: “le sole cose sicure in questo mondo sono le coincidenze”.

Sicuro è un dato di fatto, che, forse, non è una coincidenza: il numero dei cittadini stranieri che risiedono in Italia e quello dei cittadini italiani residenti all’estero si equivalgono. 5.255.503 sono i primi, dei quali 1,5 milioni hanno un passaporto italiano; 5.288.281 sono i secondi.

Magari ha invece ragione chi sostiene che le coincidenze, se esistono, vanno intrepretate.

Chi scrive, privo del necessario corredo di competenze, l’eventuale coincidenza si limita a segnalarla, accontentandosi di registrare i numeri, rilevando, di conseguenza, solamente un paio di cose che, inequivocabilmente dai numeri stessi, vengono oggettivamente certificate; insinuando, ma qui si travalica il limite, che possano smentire luoghi comuni alimentati da una falsa percezione dei fatti, talvolta frutto di una propaganda artatamente confezionata.

In riferimento ai cittadini di origine straniera, che vivono regolarmente in Italia, annotiamo che i pregiudizi persistono sulle appartenenze religiose, sebbene proprio in questo caso quella più stigmatizzata, la musulmana, sia ben lungi dall’essere maggioritaria: riguarda un terzo (33,0%) degli stranieri residenti in Italia, ovvero 1.733.000 persone, mentre la maggioranza è costituita da cristiani (2.742.000, pari al 52,2% del totale). A costoro, si aggiungono 248.000 agnostici o atei, 158.000 induisti, 120.000 buddisti e, in misura minore, ebrei e i fedeli di altre religioni orientali e di religioni tradizionali africane.

Una situazione che trova un’implicita conferma se consideriamo le aree continentali d’origine: in testa troviamo l’Europa con un 50,2%, quindi l’Africa (21,7%), l’Asia (20,8%) e l’America (7,2%).

Disomogenea è la distribuzione territoriale degli stranieri sull’intera penisola: guida la classifica il Nord-Ovest con un 33,6%, a seguire il Centro (25,4%) poi il Nord-Est (23,9%), il Sud (12,2%) e le Isole (4,9%).

Allargando il nostro orizzonte ad un confronto con i Paesi dell’Unione europea rileviamo come un termine ricorrente come invasione, associato agli stranieri, suoni strumentale e pretestuoso.

Infatti, all’inizio del 2018, la Ue contava una popolazione straniera di 39,9 milioni di persone, il 7,8% dei 512 milioni di abitanti complessivi. In cifre assolute, con i suoi 5.255.503, l’Italia si colloca al terzo posto per numero di stranieri residenti, dopo la Germania (9,7 milioni) e il Regno Unito (6,3 milioni), precedendo la Francia e la Spagna (rispettivamente con 4,7 e 4,6 milioni). In termini percentuali, in rapporto al numero degli abitanti, sono molti i paesi comunitari, anche più piccoli, che ne conoscono una molto più alta di quella italiana (8,7%): dal 9,8% della Spagna all’11,7% della Germania, al 12,0% del Belgio al 15,7% dell’Austria, fino a ben il 47,8% del Lussemburgo.

Continuando la nostra registrazione dei numeri, spostandoci sul versante degli italiani stabilmente residenti all’estero, detto del numero complessivo, vicino ai 5,3 milioni (l’8,7% della popolazione nazionale) evidenziamo un incremento della mobilità italiana pari ad un +70,2%, rispetto ai poco più dei 3,1 milioni del 2006. Matematica vuole – supponendo, per pura comodità di calcolo, che non ci siano stati rientri e che il tasso di natalità e di mortalità si annullino – che negli ultimi 13 anni siano stati un paio di milioni i cittadini che hanno abbandonato il patrio suolo alla ricerca di un futuro migliore all’estero.

Numeri che, sintomatici di un disagio, assumono particolare significato se li accostiamo alle riflessioni di chi le competenze per interpretarli le ha, come gli autori del XIV Rapporto Italiani nel Mondo 2019. A maggior ragione, se il contesto è quello che viene definito di ‘inverno demografico’ caratterizzato da un costante, dal 1995 almeno, declino della natalità (altro dato sintomatico).

Nel rapporto si legge, infatti,che, nonostante in valore assoluto il numero di partenze sia di poco superiore rispetto allo scorso anno, emerge che stesse nell’ultimo anno interessino fortemente gli italiani giovani e nel pieno delle loro energie vitali e professionali. Si tratta soprattutto di single o di nuclei familiari giovani, donne e uomini spesso non uniti in matrimonio ma con figli: i minori sono infatti il 20,2% degli oltre 128 mila registrati. Comprensibilmente è più semplice decidere un drastico cambiamento di vita quando ancora i figli o non hanno ancora raggiunto l’età scolare o frequentano i primi anni di istruzione.

Anche in questo sono numeri. Che danno conto della dispersione del grande patrimonio umano giovanile italiano. Che, più in generale, al pari di quella di coloro che in Italia e nei Paesi industrializzati continuano ad arrivare, certificano una mobilità che, seppur determinata da cause e situazioni diverse, è dettata da un unico vero obiettivo: coltivare il diritto alla vita, possibilmente felice. Diritto che per molti, troppi, continua a restare solo un sogno.

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