Tu come stai?

È il titolo di una celebre canzone di Claudio Baglioni che in passato ho fatto sentire qualche volta ai partecipanti dei miei corsi di italiano soprattutto durante le prime lezioni, quando nei manuali vengono presentate le classiche formule usate per salutarsi e fare la conoscenza con qualcuno: ciao, come ti chiami/come si chiama? Di dove sei?/Di dov’è? Come stai?/Come sta?, ecc. Partendo da queste domande bisognerebbe essere poi in grado di sviluppare dei brevi dialoghi con varie persone. In tutte le lingue ci sono formule analoghe e nei manuali sono descritte dettagliatamente le regole sociali.

Quando spiego il significato di certe espressioni nella nostra lingua penso al valore che esse hanno nella reale comunicazione quotidiana. Per quanto mi riguarda non chiedo quasi mai a semplici conoscenti o sconosciuti informazioni sulle loro condizioni fisiche o mentali. Lascio piuttosto che siano loro a parlarne, se lo ritengono necessario, senza una mia richiesta esplicita. La mia reticenza a domandare Come stai?/sta?/va? è dovuta soprattutto al timore delle risposte che potrei ottenere. Ho conosciuto, infatti, diverse persone con cui non ero affatto in confidenza che mi raccontavano dettagliatamente i loro problemi gastro-intestinali. Sono stati per me momenti piuttosto imbarazzanti.

So, tuttavia, anche molto bene che lasciarsi andare a certe confidenze fa parte delle normali strategie comunicative usate, spesso in modo inconsapevole, per creare una certa complicità tra parlanti.

Naturalmente si può rispondere a come stai? con un semplice bene (quasi nessuno lo fa veramente), male (diverse persone lo dicono effettivamente) oppure così così/abbastanza bene/non c’è male (la scelta più comune, la più neutrale giusto per non attirarsi l’invidia di qualcuno). Ma c’è sempre in agguato la contro-domanda …e tu? in cui tutto è possibile.

Anche in tedesco si può rispondere a un wie geht es dir? con un semplice gut o nicht schlecht oppure nicht so gut. Questo dovrebbe essere più che sufficiente per continuare la conversazione parlando di altro a meno che non ci sia un po’ di confidenza tra i parlanti. Prevale, comunque, una certa riservatezza e sicuramente nella cultura di lingua tedesca pochi parlano apertamente dei propri problemi di salute con dei semplici conoscenti.

Tempo fa ho voluto fare un esperimento con how are you? in Irlanda. Si tratta di un’espressione usata praticamente ovunque spesso al posto di hi! o hello! Nei manuali di inglese viene in genere spiegato che non è necessaria una risposta sincera a questa domanda, è sufficiente un semplice fine, good o addirittura great (per gli esagerati!). E basta! Si passa subito al sodo! Le tue condizioni di salute fisica o mentale non interessano a nessuno probabilmente per non violare la proverbiale sfera privata delle persone.

Ma che cosa succede se certe regole di ingaggio comunicativo non vengono rispettate? Ecco, ho provato per alcuni giorni a rispondere alla domanda how are you? motivando sempre le mie risposte (in inglese): sono stanco, ho sete e ho bisogno di una pinta di birra! Oppure molto bene, grazie, c’è uno splendido sole oggi e vado a vedere una partita di hurling. Frasi banali, tipiche dei manuali, ma efficaci per avviare una piccola comunicazione. Molti dei miei interlocutori irlandesi rimanevano effettivamente sorpresi dal fatto che qualcuno prendesse sul serio la loro domanda. Le mie risposte fuori dalla norma li spiazzavano e li costringevano a uscire dalla consuetudine di certe formule linguistiche che sembrano aver perso il loro significato originario: sforzarsi di capire le condizioni di qualcuno.

Tu come stai? è una domanda impegnativa che non può essere liquidata in modo banale. Certo, da una parte ci sono le esagerazioni tipiche di alcune culture nelle quali prevale l’aspetto puramente emozionale, dall’altra c’è il rischio che questa domanda rimanga un involucro vuoto senza veri contenuti. Per questo motivo nei miei corsi dedico sempre una ventina di minuti di ogni lezione per ascoltare le risposte dei partecipanti a questa domanda. Ognuno può rispondere come vuole ed è libero di fare errori di ogni tipo. L’importante è che i partecipanti parlino di sé. Sanno, infatti, che saranno ascoltati da me e dagli altri partecipanti al corso con molta attenzione e pazienza. Insegnare e imparare una lingua significa, per me, anche capire chi ti sta di fronte.

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