Zurigo in Italiano, manifestazione, ormai giunta alla sua 14.esima edizione

Potenza di un apostrofo.

Un piccolo segno – tipografico o d’interpunzione semplificano gli uni, paragrafematico o diacritico (pomposamente?) puntualizzano altri – che, nella parola scritta (ovviamente non succede nell’espressione orale), ci consente, talvolta, di mettere in evidenza sostanziali e sostanziose differenze di significato.

Nel nostro caso: una cosa è affermare, portando a supporto una dovizia di esempi, che a Nord delle Alpi la lingua italiana s’offre.

Tutt’altra, evidentemente, sostenere, con il suffragio di inconfutabili dati di fatto, che a Nord delle Alpi (e magari non solo lì) l’italiano, inteso come lingua, soffre.

Entrambe le affermazioni sono vere.

Difficile contestare che, nella Svizzera non italiana, la nostra lingua s’offra.

Ne sono viva e vitale testimonianza le numerose iniziative, promosse e organizzate da enti, istituzioni associazioni, gruppi di interesse, che, dell’italiano e tramite l’italiano, veicolano cultura in senso lato, confrontando e intercettando vecchi e nuovi modelli di socialità.

Significativo esempio, che sta trovando valide e proficue emulazioni anche in altre realtà, il ricco e vario programma che costituisce l’impalcatura di Zurigo in Italiano, manifestazione, ormai giunta alla sua 14.esima edizione, che, nell’arcobaleno linguistico dell’area metropolitana della capitale economica della Svizzera, in autunno, conferisce colore e sapore alla nostra lingua.

È frutto di collaborazione, passione, buona volontà. Tratti distintivi di quell’Italia (e di quella Svizzera) che fuori dai confini tracciati dalla geografia (anche linguistica), “pensa, parla, scrive, recita, discute, mangia, ride e sogna” in italiano, riuscendo nei fatti (seppur minimi pur sempre sintomo di vitalità), almeno per qualche settimana all’anno, nell’impresa virtuosa (e non solo enunciata) di fare sistema.

Un omaggio al plurilinguismo, di cui il 26 settembre si è celebrata la giornata: ricchezza ineguagliabile di cui gli svizzeri, seppur con qualche ondivaga titubanza, vanno giustamente fieri. Un contributo alla reciproca comprensione, impalcatura di processi di integrazione.

Un’offerta, quella dell’italiano – che in Svizzera, anche se per Costituzione, grosso modo, ‘cantonalizzata’, è pur sempre lingua nazionale ed ufficiale – che si concretizza anche attraverso operazioni, che vanno ben oltre il significato all’apparenza simbolico. Si pensi alla decisione adottata e realmente messa in pratica da Marina Carobbio, la quale, durante l’anno di sua presidenza (che si sta avviando a conclusione), ha presieduto i lavori del Consiglio nazionale in italiano. Il che ha avuto come conseguenza che anche i parlamentari svizzeri di lingua italiana, di solito indotti dal timore di non essere compresi ad esprimersi in tedesco o in francese, i loro interventi li abbiano tenuti esclusivamente nell’idioma di Dante. Sorpresa, che alla fine sorpresa poi non è: molti parlamentari romandi o svizzerotedeschi hanno dimostrato di saper comunicare piuttosto bene anche in italiano.

Non necessariamente collegato a questa esperienza – che vivamente speriamo non sia destinata nell’album dei piacevoli ricordi e pur sempre sintomo di rinnovata, per quanto purtroppo insufficiente, attenzione – la decisione di avviare un progetto pilota per sensibilizzare gli apprendisti della Confederazione alla lingua e alla cultura italiana che, nelle intenzioni della Delegata federale per il plurilinguismo, intende «sottolineare l’importanza dell’italiano all’interno dell’Amministrazione federale».

Eppure, e puntualmente ce ne dogliamo, non vi è dubbio che in Svizzera (e purtroppo non solo) l’italiano (sempre inteso come lingua) soffra.

Nelle scuole: perché non sempre viene proposto al rango che gli compete, impedendo, di fatto, che possa diventare per gli studenti un’opzione degna di essere presa in considerazione e per gli insegnanti una valida prospettiva professionale.

Nei corsi di lingua e cultura: perché non adeguatamente, nei tempi e nei modi, sostenuti.

Nella quotidianità: perché la pigrizia, o la vacua volontà di distinzione, inducono gli italodiscendenti, ma anche, più in generale, gli italoparlanti ad accomodarsi pedissequamente su idiomi che si ritengono più moderni o localmente, e questo è comprensibile, più efficaci.

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